15 Dicembre 2008

Pensione completa

Diario

donne picasso.jpgNon potrei dire con parole migliori di quelle già usate da Francesco Costa quello che penso della polemica sull’età pensionabile delle donne.

16 risposte a “Pensione completa”

  1. piergiorgio ha detto:

    E una volta tanto pare che il PD abbia seguito il consiglio.
    Almeno stando alle dichiarazioni di oggi riportate dai tg.

  2. Luigi Ruggeri ha detto:

    E’ del tutto evidente che Brunetta parlando di parità di diritti e doveri pensa solo a recuperare risorse economiche, peraltro più che mai indispensabili di questi tempi, alle casse di ogni governo.
    Ed alla fine riesce difficile dargli torto, sopratutto perché, qualsiasi cosa si dica, si rischia sempre di passare per coloro che difendono un privilegio per giustificare una discriminazione, e che pensano di renderla meno ingiusta, facendo passare le donne alla cassa cinque anni prima degli uomini, compensando sacrosanti diritti con il vile denaro.
    Ricordo però con rammarico quello che mi veniva regolarmente contestato quando Prodi legiferò sulle pensioni.
    Quale era la coerenza del governo di allora nel sostenere che l’età pensionabile doveva essere allungata a causa dell’allungamento della vita media, ponendo però alle donne un limite inferiore quando peraltro è statisticamente provato che godono di una longevità media maggiore di quella degli uomini?
    Perché mi chiedevo, data la crisi di risorse, l’età non veniva sì allungata, ma rendendola progressivamente uguale per tutte/tutti, lanciando poi una forte operazione legislativa e culturale, usando anche la forza dei media, con l’obiettivo di raggiungere, dopo l’equità davanti alla pensione anche l’equità davanti alle condizioni lavorative ed ai carichi di lavoro domestici, oggi ancora prevalentemente ed ingiustamente sostenuti quasi esclusivamente dalle donne, anche nelle coppie dove entrambi i componenti siano lavoratori?
    Non era allora evidente una discriminazione pensionistica doppia, e nemmeno giustificata da una ipocrita concezione della donna quale lavoratrice e custode del focolare domestico, fra le coppie gay e le coppie lesbiche?
    Se fossimo stati più coerenti oggi questo governo non avrebbe alibi, e per spremere ancora i lavoratori dipendenti dovrebbe uscire allo scoperto, aumentando l’età pensionabile per tutti, senza avere ancora una volta la possibilità di spaccare la società in due.
    Ricchi e poveri, nordisti e sudisti, dipendenti pubblici e dipendenti privati, etero e gay ed ora infine fra uomini e donne, costringendoci ad essere riformisti gli uni e conservatrici le altre. Utilizzando infine, in questo mondo alla rovescia, tutte le spaccature nel paese a favore del consenso verso se stesso, in modo spregiudicato e perverso.
    Ci tocca oggi sentire il sindacato, la cosiddetta sinistra, e sopratutto molte “compagne”, ed anche molte lesbiche, ragionare come la Lega e stiamo sicuri che, in qualsiasi modo questa cosa vada in porto, ancora altre frange della CGIL si sposteranno verso l’abbraccio mortale con Bossi strenuo difensore, assieme ad Epifani, Veltroni e La Russa della pensione per le donne a 60 anni.
    Quindi condivido, età pensione uguale per tutti sì, ma le risorse devono restare ai lavoratori welfare, precari e campagne di pari diritti per tutti. Se poi è giusto che sia uguale per tutti non è detto che allora debba essere per forza 65 anni. Veltroni non ti arroccare con la Lega! Allarga a tutto campo! Di qualcosa di sinistra!
    Luigi Ruggeri.

  3. Luigi Ruggeri ha detto:

    E’ del tutto evidente che Brunetta parlando di parità di diritti e doveri pensa solo a recuperare risorse economiche, peraltro più che mai indispensabili di questi tempi, alle casse di ogni governo.
    Ed alla fine riesce difficile dargli torto, sopratutto perché, qualsiasi cosa si dica, si rischia sempre di passare per coloro che difendono un privilegio per giustificare una discriminazione, e che pensano di renderla meno ingiusta, facendo passare le donne alla cassa cinque anni prima degli uomini, compensando sacrosanti diritti con il vile denaro.
    Ricordo però con rammarico quello che mi veniva regolarmente contestato quando Prodi legiferò sulle pensioni.
    Quale era la coerenza del governo di allora nel sostenere che l’età pensionabile doveva essere allungata a causa dell’allungamento della vita media, ponendo però alle donne un limite inferiore quando peraltro è statisticamente provato che godono di una longevità media maggiore di quella degli uomini?
    Perché mi chiedevo, data la crisi di risorse, l’età non veniva sì allungata, ma rendendola progressivamente uguale per tutte/tutti, lanciando poi una forte operazione legislativa e culturale, usando anche la forza dei media, con l’obiettivo di raggiungere, dopo l’equità davanti alla pensione anche l’equità davanti alle condizioni lavorative ed ai carichi di lavoro domestici, oggi ancora prevalentemente ed ingiustamente sostenuti quasi esclusivamente dalle donne, anche nelle coppie dove entrambi i componenti siano lavoratori?
    Non era allora evidente una discriminazione pensionistica doppia, e nemmeno giustificata da una ipocrita concezione della donna quale lavoratrice e custode del focolare domestico, fra le coppie gay e le coppie lesbiche?
    Se fossimo stati più coerenti oggi questo governo non avrebbe alibi, e per spremere ancora i lavoratori dipendenti dovrebbe uscire allo scoperto, aumentando l’età pensionabile per tutti, senza avere ancora una volta la possibilità di spaccare la società in due.
    Ricchi e poveri, nordisti e sudisti, dipendenti pubblici e dipendenti privati, etero e gay ed ora infine fra uomini e donne, costringendoci ad essere riformisti gli uni e conservatrici le altre. Utilizzando infine, in questo mondo alla rovescia, tutte le spaccature nel paese a favore del consenso verso se stesso, in modo spregiudicato e perverso.
    Ci tocca oggi sentire il sindacato, la cosiddetta sinistra, e sopratutto molte “compagne”, ed anche molte lesbiche, ragionare come la Lega e stiamo sicuri che, in qualsiasi modo questa cosa vada in porto, ancora altre frange della CGIL si sposteranno verso l’abbraccio mortale con Bossi strenuo difensore, assieme ad Epifani, Veltroni e La Russa della pensione per le donne a 60 anni.
    Quindi condivido, età pensione uguale per tutti sì, ma le risorse devono restare ai lavoratori welfare, precari e campagne di pari diritti per tutti. Se poi è giusto che sia uguale per tutti non è detto che allora debba essere per forza 65 anni. Veltroni non ti arroccare con la Lega! Allarga a tutto campo! Di qualcosa di sinistra!
    Luigi Ruggeri.

  4. Bruno Croveri ha detto:

    Tutto giusto. La parità è sacrosanta, anzi darei qualche agevolazione in più alle donne visto che hanno la cattiva (per molti datori di lavoro) abitudine di generare figli (maschi e femmine!). Ma mi chiedo, sull’età pensionabile: c’è un mucchio di gente precaria, che perde il lavoro, e quando arrivi a cinquantanni ti dicono che sei obsoleto ed è meglio che resti a casa. quindi giungo alla conclusione che l’innalzamento dell’età pensionabile sia solo fittizia o che in realtà sia solo un mezzo per pagare meno le persone. Non sarebbe meglio cercare di cambiare il modello di società e renderlo più solidale e meno consumistico? Riflettiamo sulla differenza tra sviluppo e progresso tanto cara a Pasolini. Meditiamoci.

  5. Bruno Croveri ha detto:

    Tutto giusto. La parità è sacrosanta, anzi darei qualche agevolazione in più alle donne visto che hanno la cattiva (per molti datori di lavoro) abitudine di generare figli (maschi e femmine!). Ma mi chiedo, sull’età pensionabile: c’è un mucchio di gente precaria, che perde il lavoro, e quando arrivi a cinquantanni ti dicono che sei obsoleto ed è meglio che resti a casa. quindi giungo alla conclusione che l’innalzamento dell’età pensionabile sia solo fittizia o che in realtà sia solo un mezzo per pagare meno le persone. Non sarebbe meglio cercare di cambiare il modello di società e renderlo più solidale e meno consumistico? Riflettiamo sulla differenza tra sviluppo e progresso tanto cara a Pasolini. Meditiamoci.

  6. carcamanno ha detto:

    Purtroppo due ingiustizie non fanno una giustizia. Perche’ allora si dovrebbe attuare lo stesso criterio dove ci sono altre disparita’ (es dove c’e’ meno lavoro). Purtroppo la paralisi italiana e la mancanza di riforme e’ dovuta proprio al fatto che sappiamo che se introduciamo un principio prima di sistemarne uno che riteniamo iniquo, alla fine ci ritroviamo con due ingiustizie dato che l’esistente non viene bonificato.

  7. Leo perutz ha detto:

    Ecco, e’ leggendo quanto scrive il Costa e il puntuale gioco di assist che fornisce Scalfarotto, che la parola “riformista”, un tempo benefica e virtuosa almeno quanto la “progressista”, oggi si tinge di sfumature sinistre.
    Ti sorge il dubbio che “questi” vogliano riformare, spingendola verso il progresso e il benessere comune, non una societa’ fattuale, reale, bensi la societa’ che essi si rappresentano nelle loro menti e concepiscono solitari davanti ai loro monitor, semplicemente ispirati da quella rete relazionale dei quali fanno parte e che confondono con il resto della societa’.
    Confondono, Costa e Scalfarotto, una questione di giustiza sociale (come la assoluta equiparazione del lavoro femminile a quello maschile) con una realta’ sociale che non puo’ essere definita nemmeno un problema per quanto essa e’ contingente. Un conto e’ dire che alla donna spettano eguali diritti in fatto di lavoro e un altro e’ non riconoscere che, nella nostra societa’, sono delegati alla donna lavoratrice-madre-moglie, ruoli che pur non essendo regolamentati da nessun contratto, richiedono di fatto prestazioni di carattere quasi professionale per qualita’ e continuita’.
    Nello schema limitato Costa-Scalfa, la donna italiana e’ ormai totalmente emancipata e trascorre la sua settimana tra un impiego creativo, lo scheduling di un last minutes in Peru’, un blog e la preparazione di una cena al Sushi con gli amici, il venerdi sera, mentre l’educazione dei figli e’ delegata a scuola, palestra, internet e forse alla filippina assunta in nero per le pulizie. Non trova spazio, nello schema Costa-Scalfa, la donna italiana reale quella per la quale la eta’ pensionabile anticipata non e’ affatto un risarcimento alle ingiustizie contrattuali patite (ma che panzana, Costa!) ma un riconoscimento del maggiore logoramento fisico al quale essa, in virtu’ del suo ruolo sociale, e’ stata sottoposta.
    Quella che dovrebbe essere una riforma sociale di tessuto per consentire il prolungamento dell’eta’ pensionabile femminile, diventa nel Costa pensiero una somma algebrica corrisposta in busta paga o sancita da un contratto.
    Eccolo il riformismo di questa gente: carta, penna e calcolatrice tascabile per sancire, davanti al monitor, i loro schemi interpretativi, basati a naso e su nessun modello reale di studio, su nessuna pratica: per loro un pilota d’aereo deve essere equiparato ad un imprenditore e una donna ad una manager di se stessa e della propria famiglia.

  8. Leo perutz ha detto:

    Ecco, e’ leggendo quanto scrive il Costa e il puntuale gioco di assist che fornisce Scalfarotto, che la parola “riformista”, un tempo benefica e virtuosa almeno quanto la “progressista”, oggi si tinge di sfumature sinistre.
    Ti sorge il dubbio che “questi” vogliano riformare, spingendola verso il progresso e il benessere comune, non una societa’ fattuale, reale, bensi la societa’ che essi si rappresentano nelle loro menti e concepiscono solitari davanti ai loro monitor, semplicemente ispirati da quella rete relazionale dei quali fanno parte e che confondono con il resto della societa’.
    Confondono, Costa e Scalfarotto, una questione di giustiza sociale (come la assoluta equiparazione del lavoro femminile a quello maschile) con una realta’ sociale che non puo’ essere definita nemmeno un problema per quanto essa e’ contingente. Un conto e’ dire che alla donna spettano eguali diritti in fatto di lavoro e un altro e’ non riconoscere che, nella nostra societa’, sono delegati alla donna lavoratrice-madre-moglie, ruoli che pur non essendo regolamentati da nessun contratto, richiedono di fatto prestazioni di carattere quasi professionale per qualita’ e continuita’.
    Nello schema limitato Costa-Scalfa, la donna italiana e’ ormai totalmente emancipata e trascorre la sua settimana tra un impiego creativo, lo scheduling di un last minutes in Peru’, un blog e la preparazione di una cena al Sushi con gli amici, il venerdi sera, mentre l’educazione dei figli e’ delegata a scuola, palestra, internet e forse alla filippina assunta in nero per le pulizie. Non trova spazio, nello schema Costa-Scalfa, la donna italiana reale quella per la quale la eta’ pensionabile anticipata non e’ affatto un risarcimento alle ingiustizie contrattuali patite (ma che panzana, Costa!) ma un riconoscimento del maggiore logoramento fisico al quale essa, in virtu’ del suo ruolo sociale, e’ stata sottoposta.
    Quella che dovrebbe essere una riforma sociale di tessuto per consentire il prolungamento dell’eta’ pensionabile femminile, diventa nel Costa pensiero una somma algebrica corrisposta in busta paga o sancita da un contratto.
    Eccolo il riformismo di questa gente: carta, penna e calcolatrice tascabile per sancire, davanti al monitor, i loro schemi interpretativi, basati a naso e su nessun modello reale di studio, su nessuna pratica: per loro un pilota d’aereo deve essere equiparato ad un imprenditore e una donna ad una manager di se stessa e della propria famiglia.

  9. piergiorgio ha detto:

    Bè leggendo i commenti degli altri intervenuti mi rendo conto di uno dei motivi per cui è tanto difficile in italia far decollare il PD; gli altri motivi ben li sappiamo, risalgono alla responsabilità di una classe dirigente, per tanti profili,l inadeguata; ma qui emerge, con una certa evidenza, questo motivo: manca il popolo del PD. Ossia manca nella base popolare che sosteneva i vecchi partiti riuniti nel PD la visione culturale riformista di cui il PD ambirebbe essere espressione. Ecco perchè è difficile farlo: un pò si distaccano dal paese reale i dirigenti per problemi loro, ma un pò è proprio il paese reale che il PD vorrebbe rappresentare che non c’è, non esiste. ‘Quel pezzo di società che si è in passato riconosciuto nell’area della sinistra e del centro-sinistra, si distacca da solo. E allora finisce che anche i dirigenti si fanno ondivaghi, incerti, non osano.
    Per es. scrive Bruno: “Non sarebbe meglio cercare di cambiare il modello di società e renderlo più solidale e meno consumistico? Riflettiamo sulla differenza tra sviluppo e progresso tanto cara a Pasolini. Meditiamoci.”
    Si, Bruno, lei ha ragione a richiamarci alla riflessione, questo è sempre bene, però, dico io, non le sembra un poco sproporzionato, un poco fuori luogo di fronte alla discussione su una concreta, specifica proposta di riforma riguardo un aspetto del sistema di welfare ( sia pur importante: quello pensionistico), rispondere con un: “ma non è meglio cambiare il modello di società”!! Essì magari sarà anche meglio, ma qui si pretendeva di parlare di provvedimenti concreti: la distanza fra l’argomento e l’ambizione della risposta (ribaltiamo proprio tutta la società e l’attuale modello sociale) lascia quasi senza fiato.
    Ecco: se ogni volta che si cerca di discutere una riforma, la reazione del simpatizzante di centro-sinistra è trincerarsi dietro la visione di un rinnovamento sociale radicale , che in quanto tale sarà sempre meglio di qualunque cosa si discuta, evitando in tal modo di entrare nel merito del problema in discussione, temo che le destre vinceranno a lungo in Italia, perchè si lascerà loro ogni iniziativa politica concreta.
    Per Carcamanno “due ingiustizie non fanno una giustizia”. E perchè ,mi chiedo, l’innalzamento dell’età pensionabile per le donne , con equiparazione a quella dei maschi, dovrebbe essere un’ ingiustizia?
    Forse lo è, ma perchè darlo per scontato senza nemmeno argomentare?
    Dice anche, e questo è parecchio significativo: “Purtroppo la paralisi italiana e la mancanza di riforme e’ dovuta proprio al fatto che sappiamo che se introduciamo un principio prima di sistemarne uno che riteniamo iniquo, alla fine ci ritroviamo con due ingiustizie dato che l’esistente non viene bonificato”
    Io invece penso che la paralisi italiana sia dovuta (anche) al fatto che si trova sempre in un altro problema la scusa per non affrontarne uno, come in questo caso. E poichè i problemi in italia abbondano non si cambia mai nulla e il conservatorismo trionfa.
    Proviamo invece , da riformisti, a rovesciare questa logica: non si possono risolvere tutti i problemi e le storture insieme, ma se riformiamo qualcosa nella direzione giusta, magari scopriamo che si possono così liberare risorse anche per fare poi qualcosa d’altro; e spostando così , di volta in volta, i tasselli del puzzle forse riusciamo a ricostruire un sistema di welfare diverso e migliore di quello attuale.
    Infine LeoPerutz dice “nella nostra societa’, sono delegati alla donna lavoratrice-madre-moglie, ruoli che pur non essendo regolamentati da nessun contratto, richiedono di fatto prestazioni ecc.”
    ‘E la classica motivazione, mi verrebbe da dire la motivazione “ufficiale”, a difesa dello squilibrio dell’età pensionabile femminile, da sempre ripetuta dal sindacato. La sento da almeno 10 anni.
    Ora il problema è questo: verissimo, oggi meno vero che ieri, ma cmq ancor oggi purtroppo ampiamente vero specie nelle zone socialmente meno evolute del paese. Però che c’entra l’età pensionabile delle donne lavoratrici con questo squilibrio di ruoli e di cariche familiari nella famiglia fra donne e uomini?
    O meglio che ci fa l’età pensionabile più bassa? risolve o allevia questo problema? cambia qualcosa con l’età pensionabile più bassa in questo squilibrio? Risposta: NO.
    In verità con una finzione logica si vogliono collegare due fenomeni non correlati nei fatti, presentando la più bassa età pensionabile come una sorta di “risarcimento postumo” per la donna che ha lavorato di più in famiglia.
    Il risultato fattuale di questa posizione è così quello di contribuire a mantenere entrambi gli squilibri: lo squilibrio assurdo nel sistema pensionistico, e lo squilibrio nei carichi familiari.
    Anche qui una visione che vorrebbe essere progressista si risolve invece nella conservazione.
    In verità sappiamo bene che quello squilibrio nei carichi familiari è un fatto eminentemente culturale: purtroppo il maschietto italico (io per primo ;-p) è mediamente un babbasone non abituato a cavarsela da solo nei bisogni di casa, mentre dovrebbe imparare a condividere con la sua compagna onori ed oneri anche lì, così come ad impegnarsi di più nella cura deu figli. Ma non è certo mantenendo disparità ingiustificate nell’età pensionabile (che, peraltro, riguardano anche le single) che aiutiamo a cambiare quella cultura sbagliata; anzi sia pur involontariamente e indirettamente, aiutiamo a mantenerla, perchè agendo per la conservaizone dello status quo non promuoviamo quei cambiamenti nell’allocazione delle risorse del welfare che poi potrebbero anche aiutare, con idonei incentivi, sviluppi socio-culturali diversi; e perchè, anche sul piano più strettamente culturale e vorrei dire psicologico, ribadendo quella motivazione, contribuiamo a mandare il messaggio che la società italiana è fatta così e deve restare così.
    Ecco invece l’importanza di una posizione che accetta una sfida: innalzare l’età pensionabile delle donne, chiedendo in cambio di rivedere tutta la posizione della donna nel mercato del lavoro, per incentivare la sua maggiore partecipazione e rendere possibili per essa maggiori sviluppi di responsabilità e di carriera. Il lavoro femminile potrebbe diventare allora più attrattivo per il datore, e d’altro canto la donna diventerebbe più interessata a lavoro e carriera. E allora poi quella donna valorizzata nel suo lavoro, magari con lo stipendio pari al marito, e cmq interessata a mantenerlo, sarà anche più combattiva nel chiedere al maritino di preparare la cena e fare le pulizie settimanali. Anche perchè sostenuta da un ambiente “politico-legislativo” che spinge in questa direzione.

  10. Leo perutz ha detto:

    Ma come sarebbe a dire che c’entra?
    Il fatto che un minatore del Sulcis potesse andare in pensione 5 anni prima gli restituiva forse i polmoni scrostati dalla silicosi? Veniva mandato in pensione prima per essere risarcito della perdita di salute?
    Non si tratta di nessun risarcimento postumo questa invenzione del privilegio che compensa una ingiustizia. Essa e’, ripeto, l’ennesima analisi stroppia del Costa, che distorce i modelli a posteriori per adattarli alle sue conclusioni.
    Esisteva o no il principio per il quale a professioni di maggiore logoramento veniva riconosciuta una diversa eta’ pensionabile? Era o no una conquista civile oppure dobbiamo considerarla anche questa una “ingombrante” eredita’ sindacale? Si deve lavorare tutti, indistintamente, manutentori stradali come programmatori di computer, sino allo stesso limite di eta’ perche’ nulla ci restituirebbe il “tempo perduto”? E’ questo il “riformismo”?
    E basta con questo refrain del maschietto italico mammone e pigro!
    Quella del carico famigliare maggiore sulla donna che sull’uomo e’ una realta’ che accomuna societa’ assai diverse tra loro e non e’ affatto una prerogativa italiota.
    Nella catene di montaggio statunitensi della corporate per la quale lavoro, vengono escluse dai turni notturni le donne madri di figli minorenni, perche’ viene riconosciuto e sancito il principio ( meramente culturale, lo definirebbe forse Piergiorgio) che non e’ umanamente sostenibile privare i figli della vicinanza delle madri durante il momento critico della notte. Anche nel sud degli States devono essere particolarmente pigri questi mariti.
    La diversita’ dei ruoli, piu’ che lo squilibrio “dei carichi” familiari, e’ nei fatti ed e’ determinato da una serie infinita di fattori che definire “pigrizia culturale” fa abbastanza ridere ma serve a voi per giustificare i vostri modelli sviluppati su pura base relazionale.
    Non stiamo a parlare di chi lava i piatti!
    Forse e’ solo per “pigrizia culturale” che in Italia, nel 90% dei casi, il giudice affida alla madre i figli nel caso di separazione dei genitori. Forse e’ per pigrizia culturale che esistono “ragazze madri” mentre di “ragazzi padri” praticamente, nemmeno l’ombra.
    Eccolo, il modello di donna astratto e avulso, alla quale pensate nelle vostre teorizzazioni “riformiste”. E’ quello che viene descritto nelle tue ultime righe, Piergiorgio. Una donna che si affranca spontaneamente dal ruolo nel quale la scoieta’ l’ha costretta perche’ finalmente gli viene riconosciuta parita’ contrattuale rispetto al lavoro dell’ uomo e riconosce nei valori del successo e della carriera quegli stimoli che, ma guarda un po’, fino ad oggi non era riuscita a trovare da nessuna altra parte. Sembra l’uovo di colombo. Bastava un aumento di stipendio, un contratto asessuale e via! La emancipazione e le pari opportunita’ le si raggiungevano con 30 anni di anticipo.
    ” Eh no, bello! Dal pediatra domani ce lo porti tu, perche’ altrimenti il supervisor non riconoscera’ i miei assessments e avro’ una performance inferiore allo scorso anno, con chiari ripercussioni su bonus e profit sharing!”
    Quanta ingenua rappresentazione della realta’ derivata dalla visione limitata dei nostri punti di osservazione. Sembra quasi la sinossi di una fiction televisiva con Massimo Ghini, nella parte del marito “bonaccione” ma tradizionale e la Ferrilli, nella parte della commessa-casalinga-madre-moglie che diventa finalmente imprenditrice.
    Mi viene da pensare a una delle tante ragazze madri alla mia catena di montaggio, in turnazione H12 che attaccano alle 6 di mattina e che quando vanno a casa devono prima recuperare il figlio dalla vicina e poi … lasciamo stare.
    Potrei chiamarla e offrirle “la sfida”, ovvero le prospettive di “carriera” che Piergiorgio ipotizza, potrei spiegarle che lei e’ una vittima di una “maligna concrezione culturale” e dirle che finalmente ha la possibilita’ di spezzare questa catena. Si sentira’ piu’ motivata e i 5 anni in piu’ che dovra’ lavorare saranno anche per cancellare un marchio di inferiorita’ alla quale era stata condannata.
    Voltandomi le spalle biascicherebbe sottovoce qualcosa di cui intenderei probabilmente solo la chiusa, abbastanza accentuata ” … culo”.
    Hai ragione Piergiorgio … questo PD non esiste anche perche’ non esiste il paese che esso vorrebbe rappresentare.

  11. Leo perutz ha detto:

    Ma come sarebbe a dire che c’entra?
    Il fatto che un minatore del Sulcis potesse andare in pensione 5 anni prima gli restituiva forse i polmoni scrostati dalla silicosi? Veniva mandato in pensione prima per essere risarcito della perdita di salute?
    Non si tratta di nessun risarcimento postumo questa invenzione del privilegio che compensa una ingiustizia. Essa e’, ripeto, l’ennesima analisi stroppia del Costa, che distorce i modelli a posteriori per adattarli alle sue conclusioni.
    Esisteva o no il principio per il quale a professioni di maggiore logoramento veniva riconosciuta una diversa eta’ pensionabile? Era o no una conquista civile oppure dobbiamo considerarla anche questa una “ingombrante” eredita’ sindacale? Si deve lavorare tutti, indistintamente, manutentori stradali come programmatori di computer, sino allo stesso limite di eta’ perche’ nulla ci restituirebbe il “tempo perduto”? E’ questo il “riformismo”?
    E basta con questo refrain del maschietto italico mammone e pigro!
    Quella del carico famigliare maggiore sulla donna che sull’uomo e’ una realta’ che accomuna societa’ assai diverse tra loro e non e’ affatto una prerogativa italiota.
    Nella catene di montaggio statunitensi della corporate per la quale lavoro, vengono escluse dai turni notturni le donne madri di figli minorenni, perche’ viene riconosciuto e sancito il principio ( meramente culturale, lo definirebbe forse Piergiorgio) che non e’ umanamente sostenibile privare i figli della vicinanza delle madri durante il momento critico della notte. Anche nel sud degli States devono essere particolarmente pigri questi mariti.
    La diversita’ dei ruoli, piu’ che lo squilibrio “dei carichi” familiari, e’ nei fatti ed e’ determinato da una serie infinita di fattori che definire “pigrizia culturale” fa abbastanza ridere ma serve a voi per giustificare i vostri modelli sviluppati su pura base relazionale.
    Non stiamo a parlare di chi lava i piatti!
    Forse e’ solo per “pigrizia culturale” che in Italia, nel 90% dei casi, il giudice affida alla madre i figli nel caso di separazione dei genitori. Forse e’ per pigrizia culturale che esistono “ragazze madri” mentre di “ragazzi padri” praticamente, nemmeno l’ombra.
    Eccolo, il modello di donna astratto e avulso, alla quale pensate nelle vostre teorizzazioni “riformiste”. E’ quello che viene descritto nelle tue ultime righe, Piergiorgio. Una donna che si affranca spontaneamente dal ruolo nel quale la scoieta’ l’ha costretta perche’ finalmente gli viene riconosciuta parita’ contrattuale rispetto al lavoro dell’ uomo e riconosce nei valori del successo e della carriera quegli stimoli che, ma guarda un po’, fino ad oggi non era riuscita a trovare da nessuna altra parte. Sembra l’uovo di colombo. Bastava un aumento di stipendio, un contratto asessuale e via! La emancipazione e le pari opportunita’ le si raggiungevano con 30 anni di anticipo.
    ” Eh no, bello! Dal pediatra domani ce lo porti tu, perche’ altrimenti il supervisor non riconoscera’ i miei assessments e avro’ una performance inferiore allo scorso anno, con chiari ripercussioni su bonus e profit sharing!”
    Quanta ingenua rappresentazione della realta’ derivata dalla visione limitata dei nostri punti di osservazione. Sembra quasi la sinossi di una fiction televisiva con Massimo Ghini, nella parte del marito “bonaccione” ma tradizionale e la Ferrilli, nella parte della commessa-casalinga-madre-moglie che diventa finalmente imprenditrice.
    Mi viene da pensare a una delle tante ragazze madri alla mia catena di montaggio, in turnazione H12 che attaccano alle 6 di mattina e che quando vanno a casa devono prima recuperare il figlio dalla vicina e poi … lasciamo stare.
    Potrei chiamarla e offrirle “la sfida”, ovvero le prospettive di “carriera” che Piergiorgio ipotizza, potrei spiegarle che lei e’ una vittima di una “maligna concrezione culturale” e dirle che finalmente ha la possibilita’ di spezzare questa catena. Si sentira’ piu’ motivata e i 5 anni in piu’ che dovra’ lavorare saranno anche per cancellare un marchio di inferiorita’ alla quale era stata condannata.
    Voltandomi le spalle biascicherebbe sottovoce qualcosa di cui intenderei probabilmente solo la chiusa, abbastanza accentuata ” … culo”.
    Hai ragione Piergiorgio … questo PD non esiste anche perche’ non esiste il paese che esso vorrebbe rappresentare.

  12. piergiorgio ha detto:

    @LeoPerutz
    Grazie per esere entrato nel merito.
    1)Rispondo al suo esempio. Il minatore del sulcis va in penione prima da un lavoro più usurante di un altro= qui c’è un rapporto diretto, usurante era il lavoro, perciò minore è l’età pensionabile per QUEL lavoro.
    Del tutto differente è stabilire che le donne in genere, quale che sia il lavoro che svolgono, possono sempre andare in pensione prima perchè si presuppone che, come tali, abbiano in più, e debbano sempre essere destinate ad avere in più, oltre al lavoro, carichi familiari superiori a quelli del lavoratore maschio.
    Nel primo caso si prevede un’età più bassa per andare in pensione da quel tal lavoro (nell’es.=minatore) che è proprio fatto così, è usurante esso. Naturalmente si può auspicare che i contratti, le normative sugli orari, turni ecc., nonchè gli avanzamenti tecnologici ecc. ecc. lo rendano sempre meno usurante. Quindi anche qui le modifiche della situazione sono possibili; ma il concetto è che si tratta, in ogni caso, di modificazioni tutte interne ala disciplina od alla tecnica DI QUEL LAVORO per il quale è prevista quela età pensionabile. Cioè il rapporto è sempre diretto.
    Del tutto diverso invece è istituire, per qualunque lavoro, una dicriminazione basata sul presupposto di una certa differenziazione di genere nei ruoli all’interno della famiglia, ambito quest’ultimo che, invece, è sottratto alla disciplina od alla tecnica di quei lavori, e che è, mi dispiace ma bisogna ribadirlo, assolutamente determinato invece da fattori culturali.
    Qunidi giusto il principio per cui a professione più usurante= età pensionabile più bassa, sbagliata l’applicazione a questo caso che è diverso e va trattato con mezzi diversi. Effettivamente questa applicazione è un retaggio di un conservatorismo sindacale.
    Se non si è notato ho detto= problema diverso, mezzi diversi. Sia chiaro: i problemi delle donne, caro Perutz, stanno molto a cuore anche a me. Bisogna vedere seè bene affrontarli facendo resistenza a modifiche del sistema di welfare lasciando tutto così com’è, o se è meglio trovare nuove forme organizzative del welfare.
    Spezzo il post permaggiore chiarezza. Nel prossimo rispondo agli altri punti.

  13. carcamanno@piergiorgio ha detto:

    Piergiorgio, tu forse ci sei riuscito meglio di me ma il mio era un tentativo di ragionare per assurdo.
    Non ritengo l’innalzamento dell’eta’ pensionabile per le donne un’ingiustizia ma questo e’ quello che sembrano dirci quelli che non la vogliono fare e cioe’ “le donne sono gia’ penalizzate perche’ penalizzarle ancora?”.
    Le due ingiustizie per me erano appunto il fatto che le donne sono penalizzate ad entrare nel mondo del lavoro e che vanno in pensione prima e che non si pone mano alla seconda perche’ gia’ c’e’ la prima.
    Appunto, mancanza di sfide dovute alla sfiducia. Un cane che si morde la coda.

  14. piergiorgio ha detto:

    Punto 2) mammone italico.
    Si Perutz non è un problema solo italiota per carità. Peraltro qualunque ricerca antropologica e sociologica, non bastasse la comune esperienza, ti potrà confermare che in società diverse, diversi sono i ruoli assunti dai partner all’interno della famiglia, nei carichi familiari e nella cura dei figli. Essi cambiano a seconda dei luoghi, delle società e del tempo. Vorresti negare anche questo? Senza andar tanto lontano pensa al ruolo della donna nella famiglia in Italia ai primi del novecento, e oggi, tanto per dire: sarà mica uguale eh!
    Questo per dire che il concetto è: i ruoli all’interno della famiglia sono un fatto culturale, non certo naturale.
    Guarda che quando dico “cultura” mica dico qualcosa di riduttivo! “cultura” sta semplicemente per tutto ciò che è contrapposto a “natura”. Dunque è qualcosa di enorme.
    Quindi io mi sento di ribadire, pur non avendo adesso sottomano da citarti indagini aggiornate, e fonti più auterevoli del buon senso e della comune esperienza, che in Italia il problema di uno squilibrio dei carichi familiari a danno dela donna, è ancora oggi particolarmente accentuato, mentre in altre società, anche a noi vicine nella patria comune europea (benelux, paesi baltici, germania…), lo è meno.
    Ma quand’anche non fosse così, non è questo il punto essenziale.
    Il punto essenziale è che non c’è nessuna ragione “naturale”, nessuna necessità, che i carichi familiari debbano distribuirsi così; sono distribuiti così per fattori culturali e socio-culturali. Ed è dunque su questi che bisogna agire. Senza dare per scontato che le cose stanno così perchè devono stare così.
    Quanto ai tuoi esempi. 1) catene di montaggio Usa ecc.: se per figli “minorennni” intendi dei lattanti o dei bambini proprio molto piccoli ti do ragione.Ma per queste problematiche, si sa, esiste già anche in italia vivaddio tutta una disciplina di tutela specifica della madre lavoratrice.
    Se per figli “minorenni” intendi minori degli anni 18 bè si , lo ritengo proprio un principio frutto di una certa visione culturale che non esiterei a definire assurda. Non esiste nessuna ragione “naturale” perchè un bambino, che ne so di 10 anni debba aver bisogno di notte più della madre che del padre, più di una donna che di un uomo. E “umano” riconoscere che il bambino va assistito di notte dal genitore, non è “umano” dire che lo può fare solola madre e non anche il padre.Quindi benissimo i congedi notturni per lavoratori con figli minori, ma riconosciuti a tutti, madri e padri indifferentemente.
    2) affidamenti dei figl minori in caso di separazioni e divorzi. Accidenti se è frutto di opzioni culturali! Anzi è proprio un esempio perfetto della nostra cultura e della sua evoluzione.
    La legge infatti non fa differenze, giustamente. Il criterio deve essere solo l’interesse del figlio. Ma da noi, i giudici, specie in passato, hanno quasi sempre in concreto privilegiato il rapporto con la madre. Si pensava, data la struttura dell’organizzazione familiare in italia, quasi automaticamente che fosse meglio per i figli stare con la madre.
    E i padri mediamente erano piuttosto acquiescenti: riconscevano questa “acquisizione culturale” e non rivendicavano di poter svolgere quel ruolo educativo e di cura che la società “dava” alla madre.
    Eppure le cose cominciano a cambiare anche qui. Anzi sono già cambiate.
    E infatti negli ultimi anni è andata aumentando la quota degli affidi paterni; e il legislatore stesso, spinto dai mutamenti culturali, ha rivisto la legge istituendo per es. la figura dell’affido condiviso. Cme pure abbiamo assistito al proliferare di associazioni di padri divorziati e separati, nate proprio per sostenere i diritti-doveri dei padri nei confronti dei figli: segno che anche i padri cominciano a rivendicare attivamente di poter assumere nei confronti dei figliquel ruolo che prima volentieri lasciavano alle madri. Non ti è mai capitato di vedere in tele quelle storie di padri che rivendicano l’affido dei figli? segni dei tempi.

  15. piergiorgio ha detto:

    Punto 3) ingenuità nell’immaginare trasformazioni socio-culturali e astrattezza.
    Perutz, si certo che non bastano incentivi economici e modifiche della disciplina del lavoro. Mi fai effettivamente troppo ingenuo. Concedimi che in un piccolo post su internet non posso parlare di tutto, già sono troppo prolisso.Io mi concentro su quello che concerne più strettamente l’argomento in discorso e lascio dunque alla sensibilità ed alla esperienza dell’interlocutore unire alle mie considerazioni quelle più generali che egli certamente saprà fare da solo.
    Traduzione= quelle modifiche socio-culturali di cui parliamo sono già in atto nella società. E lo sono per tanti motivi fra cui anche quelle lotte per l’emancipazione femminile e per le pari opportunità che citi tu. Lotte politiche e, ancora una volta, culturali; e benemerite aggiungo. Giustamente sono fenomeni di lunga portata, 30 anni dici tu, ma si potrebbe partire dal dopoguerra. Per non parlare delle tante evoluzioni legislative e dei loro riflessi sulla struttura della famiglia basti pensare al divorzio, o alla riforma del ’75! E per non parlare di tanto altro ancora: ma ripeto ogni lettore potrà aggiungere da sé.
    Detto questo ci sono sempre in una società spinte e controspinte, forze che premono in una direzione e forze che resistono e cercano di respingere nella conservazione. Si tratta allora di vedere, in relazione all’argomento, se vogliamo proporre soluzioni che vanno nella direzione di assecondare quell’emancipazione femminile e quel cambiamento dei ruoli e dei carichi familiari che già è in atto e già ha delle spinte provenienti dalla società, o vogliamo invece insistere con soluzioni che finiscono, magari involontariamente, per favorire invece le controspinte conservatrici.
    Peraltro il mondo del lavoro non è certo un aspetto secondario. Io, ripeto, per semplificare l’ho fatta un pò facile, buttandola anche un pò sul semiserio, adattandomi alle esigenze di comunicazione di un post che non è un saggio. Però Perutz non mi dire che in un questo processo di trasformazione socio-culturale non possa avere un significativo impatto e influenza la disciplina del lavoro femminile, e più in generale, un nuovo sistema del welfare che sostenga il ruolo della donna lavoratrice, con soluzioni specificamente “tagliate” per i suoi bisogni, contribuendo così anch’esso ad alleviarne i carichi familiari e di cura parentale (figli, anziani ecc.).
    Sempre per la semplicità= i processi educativi, culturali, di elaborazione di modelli ecc. sono fondamentali, però anche le questioni economiche contano. Se le donne non hanno facile accesso al mondo del lavoro, se non hanno possibilità di progressione di carriera pari ai maschi, se non percepiscono redditi da lavoro che consentano di mantenere una famiglia al pari dei mariti ecc. ecc. poi è anche più facile, per quanto ingiusto, che ad esse rimangano affidati in toto i carichi tradizionali, mentre il maschio, che “già” procura il reddito principale “mantenendo la famiglia” si sentirà poi più facilmente psicologicamente “esonerato” dai doveri casalinghi. PIù in generale il marito farà sempre “pesare” di più le sue esigenze, sia pur nel legittimo interese della famiglia: se il reddito principale è il mio, e se io marito ho più opportunità di te moglie, quando c’è da scegliere (per es. andiamo ad abitare da Bs a MI perchè a Mi offrono a me un lavoro migliore, anche e tu lavori a Bs) la bilancia penderà a favore del marito.
    Infine punto 4) caso della ragazza-madre e relative accuse.
    Lo so, lo so. Siamo sempre i mostri, i cattivi.
    Il riformista di sinistra è sempre quello che vuole danneggiare i più bisognosi. Magari perchè è distratto, elitario, fuori dalla realtà. Un mostro per sbaglio.
    Quando si discute di riforme, che magari riguardano interi pezzi di società, intere strutture della società, si tirano sempre fuori i casi più difficili, di disagio sociale più arduo, sbattuti in faccia al povero riformista colpevole di non pensare a questi casi, da sacrificarsi sull’altaredelle loro dannate riforme.
    Proviamo allora a lanciare qualche sana provocazione: quante sono in Italia le ragazze- madri con problemi economici e di lavoro? e quante le single senza carichi di famiglia al pari dei maschi? e quante centinaia di migliaia sono invece le donne sposate maestre, professoresse, impiegate statali o nelle PPAA, commesse, impiegate in imprese private, cioè che svolgono lavori rispettabilissimi e impegnativi al pari degli altri, ma non proprio simili al minatore del sulcis e che magari a 57 anni o anche prima, in perfetta forma sono andate in pensione avendo avanti a sé quasi 30 anni di vita media attesa?
    E, cosa ha da guadagnare la ragazza madre da questa situazione? Le serve davvero, quando il figlio sarà ormai grande e i suoi problemi di un tempo ormai finiti, il “risarcimento postumo” di andare in pensione qualche anno prima perchè si è logorata di più? O non era meglio evitarle il “maggior logoramento” quando c’era davvero, ossia quando doveva crescere da sola il figlio piccolo?
    E non è che per caso potremmo scoprire che liberando risorse con riforme come quella dell’età pensionabile poi magari ci si può dotare di un sistema di asili nido veramente efficiente come quello francese? non ti chiedi se per caso la ragazza madre preferibbe questo invece che essere costretta a dipendere dalla vicina?
    E non preferirebbe magari anche avere più possibilità di lavoro e carriera, più opportunità di formazione ecc. in modo da poter riuscire a mantenere meglio il figlio da sola senza fare salti mortali e senza essere costretta ad accettare lavori massacranti?

  16. piergiorgio ha detto:

    @carcamanno
    Scusami, avevo capito il contrario. Mi fa piacere condividere la tua opinione.