Il trappolone

Bene ha fatto Ignazio Marino a rifiutare il “trappolone” tesogli da Eugenio Scalfari (uno che ha fatto finora tutto quello che poteva per far capire che Marino non gli piace punto) l’altroieri dalla Dandini.

La proposta per cui per fare il segretario del PD basterebbe la maggioranza relativa dei voti del 25 ottobre avrebbe ucciso la mozione Marino polarizzando forzosamente il voto sui due candidati cosiddetti maggiori, avrebbe reso vano il lavoro delle migliaia di persone che ci hanno lavorato e che l’hanno sostenuta nei congressi e – ciò che è anche più grave – avrebbe fatto piazza pulita ora e per sempre dei suoi contenuti di rinnovamento e innovazione.

Che poi è l’obiettivo di gran parte dell’establishment di opposizione di questo paese che in questa dolorosa situazione comunque ha un suo ruolo, quello di predicare che le cose cambino, invece che razzolare concretamente per fare in modo che la cosa avvenga (lasciandoli così disoccupati).

Peraltro, per chiudere l’accordo su questa polpetta avvelenata il consenso di Marino non è per nulla necessario. Basterebbe che Bersani e Franceschini annunciassero unilateralmente, anche da soli, che se arriveranno secondi rifiuteranno i voti del terzo piazzato, lasciando il campo a chi dei due arrivasse primo. Se non lo hanno fatto ci dev’essere un motivo: forse che non sono per nulla sicuri che Marino arrivi terzo.

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