17 Marzo 2009

Cinque proposte per un'Italia in cui tornare

Diario

L'Unità.jpgIl mio pezzo su L’Unità di oggi. 

Una buona notizia: un gruppo di parlamentari, per una volta con spirito bipartisan, sta lavorando ad un pacchetto di norme per favorire il rientro dei talenti italiani all’estero (www.controesodo.it). La notizia meno buona è invece che il pacchetto di proposte ha come principale strumento un bonus fiscale finalizzato a rimborsare, almeno in parte, le spese sostenute per ottenere alta formazione all’estero.


Ancora una volta si cerca insomma di mettere fine all’emorragia di cervelli di cui l’Italia soffre azionando la leva economica e così mancando, a mio avviso in modo clamoroso, le ragioni per le quali la massima parte degli italiani decide di lasciare il Paese per ricostruirsi una vita fuori dai confini nazionali. 

Chi emigra lo fa in genere per poter raggiungere quello che la Costituzione degli Usa definisce come “il diritto alla felicità”, cioè la possibilità concreta di realizzare il proprio progetto di vita. Come hanno fatto notare studiosi come Richard Florida e Irene Tinagli, un paese in tanto è competitivo in termini di attrazione del talento umano in quanto si dimostri un luogo aperto e desiderabile come luogo dove non solo lavorare ma anche vivere e realizzarsi. Così, cosa potrebbe mai convincere chi è emigrato a tornare in un paese a scarsa mobilità sociale, dove le professioni passano ormai quasi esclusivamente di padre in figlio? Oppure: perché le nostre professioniste dovrebbero tornare sui propri passi se la discriminazione retributiva e di carriera nei confronti delle donne è qui da noi la regola? Quale bonus riuscirà dunque mai a riportare in Italia il talento perduto? Nessuno, io credo; e l’evidenza del problema è data dal misero numero di stranieri che considerano l’Italia un luogo per venire a studiare o a svolgere professioni di eccellenza. 
La strada da battere sarebbe quindi la costruzione di un Paese inclusivo e aperto, obiettivo da raggiungere attraverso azioni sulle quali siamo come paese abbondantemente in ritardo, quali: 1. l’eliminazione del valore legale del titolo di studio, per incentivare la competitività tra atenei e la meritocrazia nell’assegnazione degli incarichi universitari; 2. l’abolizione degli ordini professionali, per aprire l’accesso alle professioni; 3. l’approvazione di una legge sulla piena e sostanziale parità di trattamento economico tra uomini e donne a parità di mansioni e di rendimento; 4. stabilire, come in altri paesi, sanzioni per le Società nei cui Consigli di amministrazione non siedono un numero minimo di donne; 5. l’approvazione di una legge di standard europeo sulle unioni civili, per garantire la piena libertà di movimento anche alle famiglie di chi torna, comunque queste famiglie siano costituite. Cinque proposte per fare innanzi tutto dell’Italia un paese dove valga la pena ritornare: e se poi c’è anche un bonus fiscale in aggiunta, allora, perché no?

6 risposte a “Cinque proposte per un'Italia in cui tornare”

  1. nome04 ha detto:

    A parte il punto 4 un po’ così…per il resto, sono bei propositi, che quindi non verranno mai realizzati in Italia.

  2. danisun ha detto:

    d’accordo in pieno con il testo del tuo intervento. per quanto riguarda le proposte, l’unica innovativa e importante è la 5.
    per il resto c’è “solo “da lavorare per abbattere il marciume delle clientele e portare fuori la politica dai consigli di amministrazione delle aziende, altrimenti è aria fritta. è un problema culturale, la casta non è una invenzione culturale, o la smantelliamo o inutile discutere.
    infatti la loro proposta è: diamo un pò di soldi, che tanto paghiamo noi cittadini, però dalle nostre poltrone non ci schiodiamo e il sistema non lo cambiamo. solita solfa.
    addio italia

  3. Igor Fobia ha detto:

    Sono scettico sul punto 1… comunque credo che Ivan abbia centrato il problema: chi crede che gli italiani emigrino solo per questioni di soldi non riesce a comprendere il divario tra i Bel Paese e gli altri paesi occidentali.
    Innanzitutto il lato professionale: è difficile per una persona laureata trovare un lavoro che sappia valorizzare veramente le sue competenze, senza contare che non esistono posti di lavoro per chi ha fatto un dottorato (eccetto nell’università, ma in condizioni estremamente difficili).
    E poi, personalmente, ho deciso di fare un dottorato all’estero (nei Paesi Bassi) per tanti altri motivi: stavo veramente male in un paese stile Sud America anni ’90, pieno di emergenze irrisolte e di diversità non riconosciute, dove la democrazia sta finendo insieme alla libertà di stampa, in piena deriva affaristico-reazionaria, che non comprende la propria arretratezza, che non riesce e forse non vuole cambiare.
    Vi giuro che dopo un mese di Paesi Bassi l’idea di tornare a vivere in Italia mi terrorizzava… certe volte mi sento un rifugiato politico “di lusso”.
    E stando qui mi sono reso conto che l’Italia mi aveva già perso prima che me ne andassi, tante erano le difficoltà organizzative ed economiche nel fare ricerca in Italia.

  4. riccardodm ha detto:

    Ottime proposte, realizzabili forse in un decennio, ma bisogna cominciare. Che ne pensi di paternità obbligatoria o maternità totalmente a carico dello stato? Quando ti farai trovare in una posizione decente nelle liste elettorali?

  5. Stefano ha detto:

    Da emigrato per insoddisfazione (personale e professionale) vedrei questo proposte come un passo avanti, ma purtroppo il problema e’ culturale, e non so quanto possa servire l’approccio legislativo.
    In sintesi, io tornerei in Italia quando non ci sara’ bisogno di diventare un paese contemporaneo a forza di leggi. Come ci si arriva?

  6. Roberto ha detto:

    Per far tornare i talenti italiani in Italia basterebbe cambiare l’Italia…