5 Giugno 2018

Ma quale popolo, la lotta è tra due establishment

Appunti

Fra le molte immagini farlocche con le quali si cerca di incorniciare l’attuale momento politico vissuto dall’Italia e non solo dall’Italia c’è quella che, superando le “vecchie categorie” di destra e sinistra, immagina una contrapposizione popolo contro establishment. È un’idea fumettistica, che cela in realtà la contrapposizione fra due diversi establishment, due diverse èlites con idee e strategie assai diverse.

Lo si vede da innumerevoli segni, a cominciare dalla fisica composizione del Governo Conte per proseguire con le logiche sottese al cosiddetto contratto di governo, e terminare con le manifeste intenzioni dei nuovi governanti in tema di nomine, così come filtrate dalla stampa. Per tacere di Paolo Savona, Elisabetta Trenta, Giovanni Tria, Enzo Moavero Milanesi, nessuno dei quali è un sanculotto o un descamisado (come non lo è il premier), mi pare abbastanza palese che i rumors che indicano Ferruccio De Bortoli in Rai pescano a pieno titolo nell’establishment (categoria che sono lontano dal voler demonizzare gratuitamente).

Se il rapporto degli antisistema con l’establishment appare quindi controverso e ondivago (l’impressione è che quando la mission era fare opposizione andasse bene il situazionista Freccero o il becero Paragone; per il Governo, meglio due direttori di giornale: l’olimpico De Bortoli o il pacato Carelli), è invece di una certa chiarezza il rapporto di una parte dell’establishment con i nuovi barbari. Si punta sulla loro totale sprovvedutezza per poterli controllare e utilizzarli per le loro strategie.

Ma cosa vuole, questo establishment che flirta con i protagonisti dell’Età dei Populismi? Non c’è bisogno –per saperlo- di inseguire retroscena e complotti, benché in queste vicende non sia mai del tutto estraneo un elemento di calcolo economico. La trasparente idea di questa èlite è la riscrittura della costituzione concettuale della Repubblica, di quel patrimonio di scelte, idee e valori che ha segnato il cammino dell’Italia negli ultimi settant’anni.

La promozione delle politiche di pace, dell’unità europea, della solidarietà atlantica, del libero scambio e della libera circolazione dei popoli non sono evenienze casuali, ma chiarissime e limpide scelte di campo, che riverbera nel lavoro dei Padri Costituenti (anche nelle scelte più discutibili e controverse, come quelle che limitano radicalmente ogni tipo di democrazia diretta) e nella costante azione dei Governi (e della principale opposizione) della Prima Repubblica.

Una costituzione che oggi barcolla, in tutto l’Occidente, sotto i colpi della crisi finanziaria, degli effetti perversi della globalizzazione, dell’irrompere dei flussi migratori. L’età della speranza seguita alla catastrofe della guerra mondiale (il secondo suicidio d’Europa del Novecento) sembra cedere il passo alla paura. Ed è questo il serbatoio cui attinge quella parte dell’establishment che cerca o brama di dare inizio a una vicenda nuova, dai contorni ancora largamente inesplorati.

Una novità? Certo che no. Una parte dell’establishment, negli anni Venti, vide nel fascismo il modo migliore per mantenere il potere nell’inedita società di massa generata dalla Guerra Mondiale. In tempi più recenti, Silvio Berlusconi fu l’unico leader moderato d’Europa pronto a teorizzare ed attuare un’alleanza con i populisti, invitandoli a una cena alla fine del quale si è scoperto che a essere mangiato sarebbe stato lui stesso. David Cameron, nell’intento di vincere una battaglia interna ai tories, è stato l’apprendista stregone e la prima vittima della Brexit. I repubblicani americani hanno ridicolizzato la candidatura di Trump e, aprendogli le porte di casa, hanno finito anche loro con l’esserne fagocitati. Questo è precisamente il motivo per il quale il PD ha fatto benissimo a non fare accordi con il M5S.

Gli intellettuali che oggi guardano a Di Maio come a uno sprovveduto e a Salvini come a uno zotico, pensando a loro come a pedine nelle loro mani, farebbero bene a non fidarsi per nulla della propria percepita superiorità. La storia insegna che con ogni probabilità andrà loro male.