5 Luglio 2006

Perché i tassisti non sono minatori

Attualità, Riforme

L’editoriale di oggi del Riformista :

TASSISTI
Occasione d’oro
su piatto d’argento
Prodi e Bersani dovrebbero ringraziare calorosamente i tassisti in rivolta. Più saranno sregolate, prepotenti, radicali e diffuse le proteste, meglio sarà per il governo e la maggioranza. A condizione, si capisce, che governo e maggioranza sappiano cogliere l’occasione d’oro che la ribellione dei tassisti offre loro su un piatto d’argento.
Fino al varo del pacchetto Bersani, lo stato dell’Unione era ben triste. Né potevano risollevarlo le belle parole sul Partito democratico, che comunque, va detto, costituivano pur sempre l’unico straccio di discorso sul futuro articolato dalle forze dell’Unione. Per il resto, l’impressione di un governo incapace di governare perché interamente e costantemente occupato in un’estenuante opera di mediazione tra le sue componenti era rapidamente divenuta opinione comune. Rafforzata dal fatto che le continue fibrillazioni davano la netta impressione che la maggioranza non avrebbe retto a lungo. E quel che è peggio, che al momento fatale della sua caduta sarebbe arrivata stremata e circondata dall’impopolarità. E che, insomma, sarebbe caduta nell’ignominia. Sconfitta con onta, non da altri che da se stessa e dalla propria conclamata incapacità di darsi una linea e di perseguirla. Tutto questo, dicevamo, fino al varo delle liberalizzazioni. E fino a quando, soprattutto, i tassisti hanno dato inizio alla loro rivolta.
E’ forse improprio evocare i minatori in sciopero contro la Thatcher. Primo perché la Thatcher non è decisamente un modello di sinistra riformista, secondo perché Bersani non è la Thatcher, terzo – e più importante – perché i tassisti non sono minatori. Detto questo, c’è forse un’analogia, nell’occasione storica che si presenta ora al governo Prodi. Se terrà fermo, se non chiuderà all’ultimo momento un accordo al ribasso che lasci tutto come prima (o quasi tutto quasi come prima), potrebbe davvero iniziare un nuovo ciclo.
I segni di sbandamento che provengono dal centrodestra bastano e avanzano a confermare una simile analisi, con il leader della «destra sociale» Alemanno a riconoscere il valore di almeno una parte delle liberalizzazioni e con il liberista Brunetta a parlare di provvedimenti da Unione sovietica. E quando anche il governo dovesse cadere, cadendo sul fronte di una limpida battaglia politica – in cui sono chiarissimi ai cittadini vantaggi e svantaggi, interessi coinvolti, diritti e opportunità in gioco – la maggioranza potrebbe affrontare a testa alta una nuova campagna elettorale. L’eventuale perdita di partiti o pezzi di partiti che ne avessero provocato la caduta potrebbe essere compensata dall’allargamento a parti dell’opposizione, che su questa linea potrebbero essere interessate a seguirla, piuttosto che restare in un centrodestra che di liberista non conserverebbe più nemmeno il nome, definitivamente consacrato dalle esigenze della lotta politica alla difesa delle corporazioni. E anche qualora nuove alleanze fossero impossibili, molti elettori della Casa delle libertà non aspetterebbero certo il permesso di Bondi e Cicchitto per abbandonarla. Prodi e Bersani dicano no, pertanto, al ricatto della rivolta tassinara. E poi, sommessamente, grazie.

Ben illustrate anche dal Foglio Ecco le idee di Bersani .
Emanuela