Bramini e intoccabili in farmacia

16 dicembre 2011 { 1 Commento }

Dell’articolo di Aldo Cazzullo oggi ho già parlato. Ma sfogliando i giornali e girando in rete ne ho trovato subito una brillante applicazione pratica. Nelle lettere di repubblica una “parafarmacista” (ma che qualifica è? Esiste una laurea in parafarmacia?) annuncia che chiuderà la propria parafarmacia (“In Italia non bisogna fare più niente, non ne vale la pena”). Su Facebook ricevo poi un messaggio oltremodo condivisibile (Leggetelo: “Un medico, laureato e abilitato alla professione, può aprire uno studio dove preferisce, così come lo possono fare un architetto, un ingegnere, un avvocato. Il farmacista invece non può. Il farmacista, per lavorare in proprio, deve necessariamente acquistare a prezzi esorbitanti una licenza da un collega più fortunato”). La questione delle farmacie e dei farmacisti in Italia non è più tollerabile: è una cosa da casta indiana. Parliamo di crescita economica e poi siamo costretti a convivere forme di protezionismo ereditario che riescono a sopravvivere a se stesse anche in condizioni come quelle attuali. Sarebbe così bello se la politica a un certo punto se ne strafregasse del consenso delle lobby e per una volta facesse quello che è giusto per questo paese. Forse così anche gli italiani comincerebbero a votare per chi difende il bene della collettività e non la propria rendita di posizione, piccola o grande che sia.

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I commenti a "Bramini e intoccabili in farmacia"

  1. Franco Folini scrive:

    Non si tratta solamente di protezionismo ma di regole anti-meritocratiche. I farmacisti Italiani sono una casta che gode di reddito elevato a fronte di rischi imprenditoriali pari a quelli di un dipendente pubblico. I farmacisti hanno concorrenza inesistente e rischi professionali quasi zero. Una buona riforma farebbe emergere i migliori tra i farmacisti (con il meritato livello di reddito), ri-posizionando tutti gli altri su reddito corrispondente alle loro capacita’.