13 agosto 2016

Un residuale tentativo di sopraffazione

Appunti, Attualità, Democrazia, Diritti, Donne, Donne & Politica, Governo Renzi, XVII Legislatura

Non mi capita di frequente di leggere Michele Serra e pensare che non sono d’accordo con lui. Mi è successo però con molta nettezza leggendo il commento di Serra alle reazioni seguite all’oscena vignetta di Mannelli su Maria Elena Boschi pubblicata qualche giorno fa da Il Fatto Quotidiano.

Serra dice: i corpi dei potenti sono sempre stati oggetto di sberleffo (vedi il pistolino di Spadolini o la gobba di Andreotti), la satira è cattiva, e in fondo anche Pierferdinando Casini è stato preso per i fondelli per la sua bellezza. La Boschi sta lì perché è brava, non perché è avvenente: dunque, che se la prende a fare?

Quello che, secondo me, Serra clamorosamente manca è che nessuno dei precedenti citati sottintendeva che l’oggetto della satira (Spadolini, Andreotti, Natta e nemmeno Casini) stesse lì in ragione del proprio corpo. In sostanza, nessuno pensava che Forattini volesse dire che Giovanni Spadolini era diventato presidente del Consiglio in ragione delle dimensioni del suo pisello, che Giulio Andreotti fosse arrivato multiple volte a Palazzo Chigi poiché la scoliosi lo aveva agevolato nella carriera, o nemmeno che Pierferdinando Casini si fosse seduto sulla poltrona più alta di Montecitorio come vincitore di un concorso di bellezza.

La vignetta di Mannelli consegna un messaggio molto chiaro, e completamente diverso da quello dei casi ricordati da Michele Serra: che Maria Elena Boschi ricopre la carica di Ministro delle riforme Costituzionali in ragione del suo aspetto fisico, e anzi a voler essere più chiari in ragion dell’uso strumentale che ella farebbe del suo aspetto fisico.

Paragonabile alla vignetta di Mannelli non è nessuna vignetta satirica degli anni ’80. Ciò che invece le si avvicina moltissimo è un caso di cronaca molto più recente: la bambola gonfiabile usata da Salvini per colpire Laura Boldrini. Mandelli e Salvini, infatti, non colpiscono l’avversaria sottolineandone un aspetto fisico per sbeffeggiarle. Un modo di fare irriverente e a me non particolarmente gradito – trovo incivile sia chi prende di mira Mario Adinolfi per la sua stazza sia chi si accanisce sulla statura di Renato Brunetta – ma che capisco possa avere un suo senso dal punto di vista della tradizione dello sberleffo contro i potenti.

Quello che Mannelli (e prima di lui Salvini) ha fatto, invece, è stato qualcosa di molto più grave: ridurre una persona che si sta facendo valere davanti a complesse sfide intellettuali a ciò che la restituisce a uno stato più vulnerabile e inferiore: un oggetto sessuale. Qualcuno che è meritevole di esistere soltanto al fine di essere utilizzato per il godimento fisico di qualcun altro. Una cosa, insomma, non una persona.

E’ un esercizio maschilista, perché non potrebbe essere rivolto a un uomo. Nella nostra cultura l’uomo non è mai un oggetto sessuale, salvo che non lo diventi per altri uomini. Un prostituto per donne è un gigolò; una prostituta è una puttana. Il Casini in vestaglia di Neri Marcorè era un viveur, un conquistatore. Un po’ tonto, forse, ma pur sempre un viveur. Le cosce della Boschi nella vignetta di Mandelli ricordano invece quella frase di Ostellino sulle donne che stanno sedute sulla propria fortuna. La bambola di Salvini fa ancora peggio: riduce la terza autorità dello Stato a un oggetto del più meccanico e disperato bisogno sessuale.

La satira non c’entra veramente nulla. Nell’intervista che ha rilasciato ad Annalisa Cuzzocrea di Repubblica, Mannelli non prova nemmeno ad argomentare: “Mi ha fatto ridere quando mi è venuta in mente, l’ho fatta”. Anzi, aggiunge che dopo essersi fatto venire in mente le gambe accavallate della Boschi e averle disegnate per il pubblico, quello che logicamente si aspettava era pure ricevere una telefonata della medesima Ministra: “Se Maria Elena Boschi si è sentita offesa dalla mia vignetta può telefonarmi, come in passato hanno fatto tante persone che stimo”.

Una volta ho ascoltato una spiegazione del concetto di discriminazione che mi ha profondamente impressionato. Chi lo declinava, diceva che per aversi discriminazione non dev’esserci solo la supremazia basata sul dato numerico (una maggioranza che discrimina una minoranza), ma deve esserci anche il concreto esercizio di un potere. Nel Sudafrica dell’apartheid era infatti la maggioranza nera a essere discriminata dalla minoranza bianca.

Lo stesso vale tuttora per le donne, che sono più degli uomini, ma che sono state a lungo soggette – e lo sono ancora in molte parti del mondo – al loro potere. E mentre sempre più importanti Paesi sono guidati da donne, mentre sempre più donne accedono a ruoli di responsabilità nelle professioni, e tutte vivono la propria vita, le proprie speranze e le proprie aspirazioni considerando la propria pari dignità un dato di fatto acquisito, ci sono uomini che dimostrano la propria insofferenza rispetto a questo percorso di parità e di indipendenza.

La vignetta di Mannelli è solo una delle possibili manifestazioni di questa reazione. Un uomo frustrato da una donna importante che prova a ristabilire il proprio potere, quella che gli pare la giusta gerarchia: io sono il maschio che ti guarda le cosce (o che le disegna, e le offre al pubblico). E tu sei soltanto le tue cosce.

Non è satira, è solo un residuale tentativo di sopraffazione.