7 agosto 2015

Dieci anni

Appunti

Dieci anni fa, il 7 agosto 2005, con questo post, nasceva il blog che state leggendo. Un blog a sostegno della mia candidatura alle primarie dell’Unione, che era stata annunciata da un’intervista con Concita De Gregorio, uscita su Repubblica il giorno prima. 

In questi dieci anni sono successe molte cose, e di alcune questo blog è particolarmente fiero. Dieci anni fa, ai quarant’anni che erano la mia età di allora, in Italia si poteva aspirare ad essere al massimo dei giovani di belle speranze. Oggi qui da noi c’è uno che a quarant’anni fa il presidente del Consiglio. Il “ricambio generazionale” si è compiuto: basta guardare la composizione dei gruppi parlamentari, l’età dei principali leader politici (Ok, Berlusconi a parte), alcune delle più importanti nomine pubbliche, anche l’autorevolezza di alcune delle più giovani ma prominenti figure del nostro esecutivo.

Alcune parole, che durante le primarie del 2005 pronunciammo per primi, oggi sono diventate temi centrali del dibattito pubblico, anche se ancora fanno fatica a farsi largo nella realtà. 

La parola “meritocrazia”, per esempio, è sulla bocca di tutti. Poi magari alcuni insegnanti fanno la rivoluzione per non farsi valutare, e se provi a scrivere nella riforma della Pubblica Amministrazione che non tutte le università sono – come tutti sanno – uguali, succede un pandemonio. Ma, almeno in via di principio, tutti dicono di aver capito che il merito è di sinistra: perché se non decidi sul merito, non puoi che decidere per ragioni di censo, di ceto, di amicizie o di origini familiari. Il talento, sia chiaro, è l’unica cosa traversale a tutte le classi sociali.

La parola “laicità” fa ancora più fatica a farsi largo, ma certo oggi almeno si assiste a un dibattito, su temi per i quali siamo ancora drammaticamente indietro, che dieci anni fa era assolutamente inesistente. Dieci anni fa non si erano nemmeno pensati i Di.Co.; sul fine vita, fino alla morte di Eluana Englaro, radicali a parte, non si sentiva fiatare nessuno; nel 2005, a giugno, si era appena perso il referendum contro la legge 40 sulla fecondazione medicalmente assisitita, e in questi anni, grazie alla Corte Costituzionale, quella infame legge è stata giustamente smantellata. Non abbiamo ancora raccolto il dovuto e la battaglia sarà durissima, ma almeno la strada si è aperta. 

Sul lavoro, finalmente si è tornati a investire sulle generazioni più giovani con una riforma che non le costringe più a una vita da precari. I contratti a tempo indeterminato sono in deciso aumento, e questo vuol dire consentire a chi entra nel mondo del lavoro di poter pianificare la propria vita pensando a un futuro, come succede in tutto il resto d’Europa. 

In questi dieci anni anche la mia vita è cambiata: dopo le primarie tornai al mio lavoro e per più di tre anni ho lavorato a Mosca e poi ancora quasi un anno a Londra. Dal 2009 faccio politica a tempo pieno: fino al 2013 sono stato vicepresidente del partito, nel 2013 sono diventato parlamentare e sottosegretario di Stato a febbraio dell’anno scorso, con il Governo Renzi.

In questi anni abbiamo fondato il Partito democratico e siamo anche riusciti a fargli superare quello stato di “fusione a freddo” tra establishment che gli veniva rimproverato all’inizio. C’è una nuova classe dirigente che si definisce “democratica” e basta, superando certe divisioni che avevano senso per chi si era formato durante la guerra fredda, ma che oggi non hanno più ragioni di esistere.

Una classe dirigente, questa, che ho visto crescere sotro i miei occhi e che oggi guida il Paese. A partire prima da un gruppo – “iMille”, che oggi sono diventati una rivista online – che fondammo con Marco Simoni e Luca Sofri e che tenne la sua prima assemblea a Roma, a un evento che chiamammo provocatoriamente “Uccidere il padre“. Lì inventammo la regola dell’intervento della durata massima di 5 minuti che oggi si usa – o si prova ad usare – in quasi tutte le riunioni politiche d’Italia. E poi, successivamente, a un seminario residenziale a Piombino, dopo il quale fummo prontamente rinominati “i Piombini”, e che ci vide tornare al Lingotto per rilanciare lo spirito fondativo del Partito democratico.

A una o entrambe le iniziative c’erano persone che oggi hanno responsabilità che allora nemmeno si potevano immaginare: da Matteo Renzi a Debora Serracchiani, da Sandro Gozi a Marianna Madia, da Irene Tinagli a Francesco Boccia, da Andrea Romano ad Alessia Mosca, da Lorenza Bonaccorsi a Paola Concia (ora temporaneamente in missione all’estero), da Federica Mogherini a Pippo Civati, che, anche se ha preso una strada diversa dalla nostra, è stato allora certamente con noi e altrettanto certamente è oggi parte integrante della classe dirigente di questo nostro Paese. 

Sono passati dieci anni e sono successe tante cose, la sensazione è tuttavia che moltissime cose debbano ancora succedere, che molto del lavoro sia solo all’inizio. Quando vedo che oggi circolano i calcoli dei senatori “favorevoli al Senato elettivo”, cioè quelli che fanno il tifo per la caduta del Governo e per il ritorno alle urne, cancellando tutti i passi avanti sin qui compiuti, capisco che la resistenza al cambiamento è ancora fortissima, le sue radici ancora molto profonde anche se è priva di un’idea che non sia la restaurazione di uno statu quo per il quale non si può provare nessuna nostalgia. 

Quale progetto per il Paese potranno mai infatti avere in comune (riprendo da un’agenzia di questo pomeriggio) “i 28 della minoranza Pd, i 12 delle Autonomie, i 7 senatori di Sel, i 36 del Movimento 5 Stelle, i 45 senatori di Forza Italia, 12 senatori della Lega, piu’ il voto di Vincenzo D’Anna, (gruppo Ala di Verdini), a cui si potrebbero aggiungere i 7 di Gal, capitanati da Mario Mauro – il quale e’ a favore del Senato elettivo – i 10 senatori di Fitto, 7 ex 5 Stelle, due Idv”, se non lasciare il Paese esattamente com’è? 

Mi piace pensare che quel sasso scagliato dieci anni fa da Londra abbia in qualche modo dato inizio a una sfida e a un progetto: quello di fare dell’Italia un luogo saldamente radicato in questo secolo e in questo continente, orgoglioso della propria grandezza e consapevole delle proprie potenzialità. Deciso a riformare se stesso, anche quando è difficile e faticoso, per essere all’altezza delle sfide che lo attendono. Questa è una visione, questo gruppo dirigente ne ha una – al contrario di chi vorrebbe fermarci – e siamo decisi a realizzarla. Non lasceremo che l’Italia torni nella palude.