La sensibilità della maggioranza

25 aprile 2014 { 6 Commenti }

Giorgio Dell’Arti scrive un pezzo sul matrimonio ugualitario. Bene. Nel suo pezzo racconta del matrimonio americano di recente registrato a Grosseto, e dell’osservazione degli avvocati che hanno difeso quella coppia secondo i quali «nelle nostre norme non esiste un divieto esplicito al matrimonio dello stesso sesso». E qui molto meno bene perché Dell’Arti chiosa: “Il fatto è che, per convenzione, nel nostro sistema pubblico tutto ciò che non è esplicitamente ammesso è implicitamente vietato”. Ma ciò che invece è male, anzi malissimo, è poi la svisata finale: “Tutto molto bello, ma c’è un ma: che i diritti delle minoranze e le loro rispettabilissime sensibilità non finiscano per conculcare i diritti e le sensibilità della maggioranza”.

Ora: non è per niente vero che ciò che non è espressamente lecito è implicitamente vietato. Almeno, non in Italia – dove credo Dell’Arti viva – né negli stati di democrazia liberale. Forse in Corea del Nord funziona così, ma certamente non da noi. Infatti non esiste nessuna norma che consente di mangiare il gelato o il kebap per strada eppure si può tranquillamente farlo (i leghisti provarono a vietarlo a Milano, ma gli andò male). Né esiste una norma che consenta di portare a passeggio il cane, di collezionare francobolli, o di guidare la macchina. Invece esistono norme che vietano di lasciare la cacca del cane per strada, di collezionare anfore antiche trafugate dagli scavi o di parcheggiare la macchina in certe zone (si chiama “divieto di sosta”). E’ quella che viene definita “Tassatività” della norma ed è giustamente rigidissima per la materia penale (“Tutto ciò che non è vietato è lecito”), mentre nel diritto civile incontra il suo solo limite nel danno ingiusto cagionato ad altri dal proprio comportamento.

Ma ciò che mi ha veramente colpito e anche ferito è questa cosa del non disturbare la “sensibilità” delle maggioranze. Il fatto che il riconoscimento della dignità, parità e uguaglianza di qualcuno non solo corrisponda al conculcare i diritti di qualcun altro, il che è tutto da dimostrare, ma che non debba nemmeno turbare la sua sensibilità: la serenità, il sentimento di bellezza, il quieto vivere. Il riconoscimento della tua esistenza trova un limite nella mia quiete, nel mio tran tran, nella mia estetica.

Di questo parla con meravigliosa perizia Martha Nussbaum nel suo “Dal disgusto all’umanità. L’orientamento sessuale di fronte alla legge”: l’idea che dal disgusto per ciò che è diverso da noi possano derivare norme cogenti è semplicemente inaccettabile. Immagino che i tedeschi negli anni trenta fossero urtati nella loro sensibilità dai ricoverati negli ospedali psichiatrici, e gli americani del segregazionismo dai matrimoni misti. Dire che i diritti delle minoranze, insomma, incontrano un limite nella “sensibilità della maggioranza” mi pare una cosa terribile e spero con tutto il mio cuore, anzi ne sono sicuro, che Dell’Arti utilizzi questo argomento così devastante e violento in modo del tutto inconsapevole.

La democrazia e il diritto vivono proprio nella capacità di accomodare le minoranze in uno spazio accogliente dando loro la possibilità di esprimere al massimo il proprio potenziale, nonostante e anche contro le maggioranze. Quella è la funzione stessa delle Costituzioni democratiche, leggi sovraordinate alle leggi ordinarie e rigide nel percorso di modifica proprio per garantire alle minoranze di non essere lasciate alla mercè della volubilità delle maggioranze.

Una democrazia sana sa resistere alla volontà della maggioranza, perché la dittatura della maggioranza – e, peggio ancora, di un elemento così etereo come la sua “sensibilità” – non è certamente una democrazia. E buon 25 aprile a tutti.

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I commenti a "La sensibilità della maggioranza"

  1. Caro Scalfarotto, la regola non scritta per cui nel pubblico è vietato tutto ciò che non è esplicitamente ammesso mi fu spiegata una ventina d’anni fa da Lorenzo Necci e ne ho visto negli anni successivi la verità di fatto nei comportamenti della pubblica amministrazione e, con kia sopresa, da un certo momento in poi persino nelle grandi aziende private italiane, la cui decadenza è probabilmente dovuta anche a questo principio terribile: considerare vietato ciò che non è esplicitamente ammesso è un modo per non correre rischi e portare a casa la pelle senza mai assumersi una responsabilità. Il chiasmo completo di Necci era: «Nel pubblico tutto ciò che non è esplicitamente ammesso, è implicitamente vietato; nel privato tutto ciò che non esplicitamente vietato è implicitamente ammesso. Quanto alle sensibilità delle maggioranze e delle minoranze, il mio accenno, troppo sbrigativo per una questione tanto grande (le do ragione), era riferito alle questione Lgbt, e alla pretesa di rinunciare alle definizioni di padre e madre in favore di genitore A e genitore B, su cui vedi le violente polenicbe adesso in Francia. Sarebbe interessante su questo punto conoscere il suo pensiero. Genitore A e Genitore B sono, a mio parere, un’autentica violenza di una minoranza (gruppo di pressione) su una maggioranza. Un cordiale saluto

  2. Gianuario scrive:

    Gentile Dell’Atri,
    Mettere in discussione l’intero processo di recupero
    del gap du UGUAGLIANZA e DIRITTI UMANI semplicemente strumentalizzando una vicenda come quella dei “Genitore 1/2″ , è semplicemente vigliacco perché per evitare di affrontare la problematica nel merito, si nasconde dietro un dito, offendendo la propria intelligenza prima ancora di quella dei suoi interlocutori , perché è come se lei dicesse che le persone dalla pelle nera “sono esseri
    umani, certo, ma con le loro pretese stanno offendendo la sensibilità della maggioranza bianca – perché? Beh perché Susan Sontag ha detto che la razza bianca ha causato più mali di ogni altra nel mondo, tanto da definirla cancro” ;
    solo perché qualcuno abbia preso una svista non vuol dire che l’intera narrazione venga inficiata , e lei lo sa benissimo, e sapendolo ha tentato consapevolmente di mistificare la realtà delle cose ;quello che ha fatto a noi non lo augurerei a nessuno.
    Gianuario Cioffi

  3. Raul Wittenberg scrive:

    Non credo che si possa accusare di omofobia chi chiama i genitori, rispettivamente, mamma e papà. Immagino che si possa porre il problema nel caso in cui i genitori siano dello stesso sesso. Ma credo nell’intelligenza delle persone e nella loro capacità di risolvere la questione personalmente

  4. Atrus scrive:

    Genitore A e Genitore B sono campi su un modulo, non impongono ai bambini come devono chiamare i loro genitori. Altrimenti poverini tutti quelli che dicevano “babbo” e “mamma” quando sull’iscrizione c’era padre e madre…

  5. Arturo Togliatti scrive:

    Ha ragione il signor Scalfarotto su tutta la linea. La consuetudine di non permettere tutto quello che viene espressamente previsto dalle leggi , esiste di rado.. Nel caso della trascrizione dei matrimoni gay, infatti , prevale il senso comune e la convinzione sbagliata, che siano vietati dalla legge. In America ad esempio, il governo di Bush figlio, propose la prosition 8 , che vietava espressamente i matrimoni gay , proprio perchè le leggi americane non definivano il sesso degli aventi diritto al matrimonio, Cioè si presentava una situazione identica a quella italiana, che in america avrebbe portato a breve il matrimonio gay.Insomma in Italia basterebbe un pò di buon senso è coraggio da parte della pubblica amministrazione. Genitore 1 e genitore 2, dal punto di vista formale è una formula corretta,si tratta di documenti pubblici , non di una dichiarazione di paternità e maternità o di amore, è semmai un pò bruttina . Si ritorni alla precente ”firma di un genitore o di chi ne fa le veci.E ”firma del padre o della madre” andrebbe comunque benissimo , perchè i genitori omosessuali non sono alieni, ma padri e madri come tutti fli altri.

  6. Arturo Togliatti scrive:

    buon senso E coraggio, la è con l’accento scritta in precedenza è oscena, ma non si può correggere!!!!!