30 Ottobre 2015

La politica è un mestiere

Appunti, Attualità, Politica italiana

Marco Travaglio sul Fatto di ieri mi rimproverava di aver detto qualche giorno fa a Linea Notte che Marino non deve lasciare Roma per gli scontrini, ma perché non è riuscito mai a diventare il Sindaco di Roma. E mi chiedeva come lo avessi capito, quali sondaggi avessi letto, e se per caso tutti i politici con una bassa popolarità dovessero secondo me lasciare il loro incarico. Quello che Travaglio fa finta di non capire è che qui non si parla di un punto in più o in meno di popolarità, cose che si misurano con i sondaggi (per quello che valgono, tra l’altro). Parliamone, dunque.

Premessa: la politica è un mestiere. Ha le sue tecniche, la sua deontologia, i suoi strumenti. Da fuori non si direbbe, ma è così. Molti imparano questo mestiere come unico mestiere della vita, altri ci arrivano da altri mestieri – come è successo a me – pensando che il buon senso maturato nella vita, la professionalità accumulata in altri campi, gli eventuali successi ottenuti nel proprio settore di provenienza siano sufficienti a fare di un buon architetto, di un buon avvocato o di un buon medico, un buon politico.

Cosa fa un politico? Un politico cerca il consenso e costruisce il consenso intorno alle cose che fa. Un politico deve rendere il conto dei risultati delle sue azioni, deve fare in modo di rendere la vita dei suoi amministrati più semplice, più prospera e migliore. Un politico sa che esistono azioni che producono effetti immediati e azioni che producono effetti nel tempo e deve sapientemente mescolare le prime e le seconde. Un politico in posizione di leadership sa di essere come la locomotiva di un treno e verifica in continuazione che l’ultimo vagone sia ancora attaccato al convoglio. O almeno che il convoglio non sia rimasto in stazione dopo la partenza.

In termini giuridici, invece, un medico assume un’obbligazione di mezzi, non un’obbligazione di risultato. Significa che lo si paga perché ci curi, non perché ci guarisca. Se il paziente muore, insomma – salvi i casi di imprudenza, negligenza e imperizia – il medico lo si deve pagare lo stesso. Per cui il medico fa quello che in scienza e coscienza gli pare più giusto, e se è un grande medico magari va anche dritto come un fuso, impermeabile al parere di terzi, convinto in modo tetragono della giustezza del proprio agire e sicuro che il miglioramento della salute del paziente gli garantirà la gratitudine eterna del paziente e della sua famiglia fino al sesto grado di parentela. E se invece il paziente era inguaribile? Beh, lui ha fatto tutto il necessario, che colpa gliene si può fare.

Mi sbaglierò, ma osservandolo ho avuto l’impressine che Ignazio Marino abbia pensato di poter fare il Sindaco di Roma con la tecnica del luminare, non con quella del politico. E quindi così ha fatto: un sacco di cose giustissime secondo lui in scienza e coscienza, e secondo me anche assolutamente condivisibili, dimenticando però di coinvolgere e di convincere i romani. Che sono i suoi rappresentati, non i suoi pazienti.

Chiudere Malagrotta è giusto? Bene, procedo. E se la città si riempie di rifiuti, i romani sono furiosi e le foto delle immondizie straripanti dai cassonetti finiscono sui giornali di tutto il mondo, pazienza. Un giorno me ne saranno grati. Pedonalizzare i Fori Imperiali è giusto? Bene, lo si faccia. E se i romani devono fare il giro dell’oca per andare da qui a lì e si trovano tutti insieme a smadonnare in macchina al sindaco e alle sue idee, pazienza. Un giorno me ne saranno grati. Trascrivere i matrimoni delle coppie gay e lesbiche è giusto? Bene, andiamo avanti. E se poi il Papa in persona, cioè la figura planetariamente riconosciuta come la più carismatica e popolare del momento, mi prende a pesci in faccia, pazienza. Un giorno me ne sarà grato pure lui.

E se invece le cose dovessero andar male? Anche in questo caso, pazienza: si è fatto tutto quello che era giusto e necessario e se la cura non ha funzionato e il paziente è morto, al medico non se ne può certamente imputare la responsabilità.

Attenzione: io non dico che non si dovesse chiudere Malagrotta, non si dovessero pedonalizzare i Fori imperiali o non si dovessero trascrivere i matrimoni delle coppie gay e lesbiche, dico che intorno a tutto questo bisognava fare la fatica di costruire un consenso. Anzi, che più l’obiettivo era sfidante e ambizioso, più si sarebbe dovuto lavorare per farsi seguire dalla città. Insomma: bisognava fare politica. Dico tutto questo per dire a Travaglio che qui non c’è dunque bisogno di nessun sondaggio per capire che Marino, in un certo senso, ha fatto il sindaco di Roma magari non contro Roma, ma indipendentemente da Roma.

Un sindaco poi avrebbe anche un consiglio comunale. Perché è vero che i primi cittadini vengono eletti direttamente dal popolo, ma è vero anche che ci sono dei partiti a sostegno che eleggono anche dei consiglieri comunali, sempre eletti dal popolo. Ora, se pensare di governare una città indipendentemente da essa è decisamente improbabile, è del tutto inverosimile pensare di governarla anche contro le forze politiche che ti hanno espresso e appoggiato. Ora è vero che il PD romano non è stato storicamente un esempio di trasparenza e di salubrità, ma Marino anche qui ha agito veramente da chirurgo. Invece di metterci le mani (magari, da medico, per curarlo; o preferibilmente, da politico, per conquistarlo e farlo proprio), ha pensato che la cosa migliore fosse andar giù col bisturi, amputarlo di netto e trovare poi il modo di metterlo in un sacchetto giallo e trattarlo come un rifiuto speciale.

L’ultima e definitiva è questa cosa di aver dato le dimissioni per poi ritirarle. Si può fare se si è il segretario del Rotary Club di Castelfranco di Sotto, o il tesoriere del circolo Arci di Civitella Casanova. Non se si è in una posizione di visibilità mondiale come quella del Sindaco di Roma. Se sei responsabile di una comunità di milioni di persone non puoi dare segnali contraddittori. Perché stai guidando una grossa macchina, un aeroplano, e ci sono tre milioni di passeggeri nelle tue mani che hanno assoluta necessità di sentire che la cloche è saldamente nelle mani di qualcuno che sa quello che fa.

Post scriptum. E’ un post particolarmente doloroso questo, per me, sul piano personale. Per l’antica consuetudine e l’affetto personale, se c’è stato uno che ha fatto il tifo per il successo del lavoro del Sindaco Marino, a parte il suo team di collaboratori, quello sono stato io. Ma con lo stesso affetto spero che abbia la saggezza di comprendere che la cosa migliore da fare a questo punto è porre termine al più presto a questa vicenda che sta finendo in farsa e dare a Roma una guida solida senza altri ritardi.