15 marzo 2018

La dottoressa (ovvero la moglie del giudice)

Appunti, Attualità, Garantismo, Politica italiana

Ho appena postato su Facebook un video in cui Stefano Boeri spiega del caso del sequestro del centro polifunzionale da lui progettato a Norcia, una vicenda che pare veramente singolare e che spero si chiarisca quanto prima nell’interesse dei cittadini della bellissima cittadina umbra privati di un importante spazio comune, e ho subito un’altra riflessione da sottoporre ai miei lettori.

Anche qui si parla di un’indagine giudiziaria e di una persona che conosco e che stimo e con la quale condivido, come con Boeri, la militanza nel PD a Milano. Ovviamente non entro nel merito delle accuse: rispetto naturalmente il lavoro della magistratura e conservo in entrambi i casi la fiducia, per come conosco gli interessati, che si chiarirà tutto. La cosa di cui volevo parlare, però, non ha tanto a che fare con le indagini ma invece con una nota di contesto che – per quanto sottile – mi pare descriva bene l’atmosfera di questo periodo ed esprima un’altra declinazione dei giorni che viviamo (e purtroppo, temo, anche di quelli che vivremo in futuro) anche da un punto di vista politico.

Il Corriere della Sera si si sta occupando da vicino e con rilievo dell’indagine su Nicolò Zanon, il giudice della Corte Costituzionale accusato di peculato per aver usato la macchina di servizio per ragioni private. Ebbene, leggendo gli articoli sulla vicenda non ho potuto fare a meno di notare che la giornalista che segue il caso, Fiorenza Sarzanini, nei suoi articoli chiama reiteratamente “Dottoressa D’Amico” la moglie del giudice, cui si fa riferimento anche come a “la Signora”.

Ora, a Milano tutti sanno – Sarzanini compresa: lo puntualizza del resto lei stessa in uno dei suoi pezzi – che Marilisa D’amico è titolare della prestigiosa cattedra di Diritto Costituzionale dell’Università Statale nonché un’importante avvocata. Forse sono io che sono diventato un pochino sospettoso e quindi ancor più radicato nel mio garantismo; eppure leggendo questi articoli mi pare che con questo reiterato uso di un titolo accademico sbagliato si consumi, consapevolmente o no, una specie di “deminutio capitis”.

Una sottile forma di condanna preventiva che si risolve nel declassamento nella considerazione sociale di Marilisa: da donna realizzata in proprio, cattedratica e legale di successo a livello nazionale, a moglie “dottoressa” la cui principale occupazione è soddisfare futili preoccupazioni quali farsi portare a Forte dei Marmi o dal parrucchiere con la macchina del marito. Una condanna anche più insidiosa e difficile da gestire dell’accusa ufficiale, senza garanzie per l’accusato né alcuna possibilità di appello.