21 novembre 2017

Porte scorrevoli – Espatriati per caso

Appunti

Se devo dire la verità, penso che questa decisione su EMA e EBA presa tramite sorteggio sia stata molto sbagliata per molti motivi (io credo sarebbe stato meglio preferire, in caso di pareggio, la città meglio classificata nei turni precedenti: almeno era un criterio meritocratico. Però quest’idea non mi ha sfiorato prima di ieri e quindi ora, come tutti Salvini incluso, farei meglio a star zitto), ma ce n’è uno in particolare che mi risulta particolarmente indigesto è che non ha a che vedere né con la politica né con il futuro delle città coinvolte.

In una vita precedente sono stato un espatriato, 4 anni a Londra e 3 a Mosca, e il mio ruolo in azienda era quello di direttore del personale. La combinazione di questi due ruoli mi ha fatto vivere sulla mia stessa pelle e mi ha fatto osservare in tantissimi casi di altri colleghi quanto sia difficile per una persona, per un o una professionista, decidere di trasferirsi per alcuni anni all’estero.

Quante sono le variabili nella scelta di una sede e quanto delicata è l’analisi dei pro e dei contro. I figli, la loro educazione e il loro tempo libero, le opportunità per il/la partner, l’immaginare se stessi in una nuova città: le nuove frequentazioni, il cibo nuovo a cui adattarsi, il supermercato, il dentista e il barbiere, la nuova casa, la lingua… un rompicapo affascinante ma anche terribilmente ansiogeno.

Ecco: ho trovato scioccante pensare che ieri qualche migliaio di professionisti di altissimo livello delle due agenzie e le loro famiglie siano stati per qualche minuto in attesa di sapere dove le loro vite avrebbero proseguito il loro corso, sapendo che il loro destino si sarebbe compiuto tramite un sorteggio.

Se penso a quanto ho dovuto pensare prima di decidere di andare a Mosca e a quanto quella decisione abbia cambiato il corso della mia vita (a Mosca, per dirne una, ho conosciuto l’uomo che ho sposato…), penso che sia stato semplicemente rispettoso della mia dignità il fatto che quella decisione avesse alla base una decisione, un merito, un progetto.

Penso a quanto mi sarei sentito umiliato se il mio capo mi avesse chiamato nel suo ufficio e mi avesse detto: “Caro Scalfarotto, tra pochi mesi la trasferiamo in un’altra sede. Vede? Ho qui due buste: una dice Mosca, l’altra New York. Ecco, ora facciamo un bel sorteggio”.

Ho in mente da ieri la giornata (e particolare i minuti finali) che hanno passato tutte queste famiglie, pensando a se stesse e ai loro cari vivere i prossimi anni in una delle diciannove città proposte per EMA e poi alla fine – per sorteggio! – ad Amsterdam o a Milano, a Parigi o a Dublino. Non è uguale, non è la stessa cosa.

E penso alle cose che accadranno loro negli anni: alle coincidenze, ai momenti belli e brutti, agli incontri (come il mio con Federico) o magari alle cose sfortunate che pure capitano nella vita, che loro fatalmente ricollegheranno a quel gesto della pura sorte che li ha destinati in un luogo o nell’altro – come in quel famoso film, “Sliding doors” – come se le loro vite e le loro professioni non avessero diritto a una ragione migliore, una ragione “vera”, per essere dirottate di qua o di là.

Diverso infatti è dire “la mia vita ha preso questa strada perché questo è stato giudicato il miglior posto dove andare per la mia agenzia e lì io volevo crescere professionalmente”. Diverso invece è dire: “Mi sveglio e mi addormento in un letto che sta in una stanza che sta in una casa che sta in una città che sta in un paese straniero perché il caso ha voluto così”.

Chi decide di andare a lavorare lontano da casa fa una scelta appassionante ma totalizzante. Si lavora in fondo anche quando si dorme, perché si dorme in quel certo posto e non nel proprio letto in patria solo e soltanto a causa del proprio lavoro. Ed è una scelta che ha a che fare con tutto – la professionalità, la crescita personale, l’esperienza di vita – tranne che con il caso.

È un grosso sacrificio: bellissimo e appagante, magari, ma pur sempre un sacrificio. Che meritava, secondo me, maggiore rispetto di quello che di solito la dea bendata riserva a noi umani.