12 novembre 2017

Ricordati di ricordare

Appunti, Elezioni politiche, Politica italiana

Al Festival della Lettura di Pescara il presidente del Senato Piero Grasso ha espresso la sua opinione che “il vero Pd” fosse quello di Italia Bene Comune, guidato da Pierluigi Bersani. Il Pd guidato da Renzi ne sarebbe una sorta di versione apocrifa, di copia infedele.

Un’opinione, quella secondo la quale “non c’è più il Pd di una volta”, che è per definizione incontestabile. Le cose mutano, ed è inevitabile che mutando scontentino alcuni. Anche io mi trovo in questi giorni a meditare come non ci siano forse nemmeno più i presidenti del Senato di una volta, ma questo non mi spinge a delegittimare o insultare una persona perbene con cui sono in disaccordo.

Il vero Partito Democratico, molto banalmente, è il Partito Democratico: con i programmi, le classi dirigenti e le proposte decisi in libero dibattito delle sue centinaia di migliaia di iscritti, sottoposti al vaglio dei milioni di partecipanti alle primarie, convocate e celebrate non secondo l’uzzolo di qualcuno, ma secondo le previsioni dello Statuto. Penso che sia rispettoso di queste persone, oltre che del buonsenso, accettare l’idea che si debba vivere la contemporaneità, non una imprecisata epoca di nostalgie e rimpianti.

E tuttavia, se qualcuno vuole praticare questo esercizio di rimpianto, come sembra fare e volere un’altra persona assolutamente perbene come Bruno Tabacci, lo si faccia nel rispetto della verità storica. Chi scrive non ha niente contro Italia Bene Comune (la coalizione che nel 2013, guidata da Bersani, assemblava il Pd, Sel, il Centro Democratico e la Svp): sono stato eletto nelle liste di quella coalizione, l’ho sostenuta e promossa al meglio delle mie forze pur non ritenendola la migliore proposta che potessimo formulare all’elettorato.

Prima di parlare del risultato, parliamo dei pronostici: di quello che dicevano i principali istituti di ricerca demoscopica nelle settimane precedenti. Sono rinvenibili le previsioni fatte a partire dal 1° gennaio 2013 fino al 25 dello stesso mese, quando i sondaggi furono per legge silenziati.

Apprendiamo così che Italia Bene Comune era stimata in una forbice dal 42% (Piepoli 1° gennaio) al 33% (Swg 18 gennaio). Il Movimento Cinque Stelle fra il 10% (Piepoli 8 gennaio) al 17,2% (Swg 25 gennaio). Il Centrodestra fra il 21,7 (Ipsos 8 gennaio) e il 30,7% (Euromedia 10 gennaio). Monti stava fra 12% e 16%, Ingroia e la sua Rivoluzione Civile fra il 2% e il 5,5%. Non meno interessanti, gli exit poll di Piepoli e Tecné effettuati – come sempre – il giorno delle elezioni. Italia Bene Comune avrebbe dovuto ottenere il 34,5 o il 36-38% dei voti, Grillo fra il 19 e il 21%, Monti fra il 7 e il 9,5% , Ingroia fra il 2 e il 3,5%, il centrodestra fra il 29 e il 32% e gli ultimi due sono stati gli unici azzeccati.Perché in realtà il voto delle urne fece registrare il 29.55% per Italia Bene Comune, il 29,18% per il centrodestra, il 25,5% per Grillo, il 10,56% per Monti e il 2,25% per Ingroia.

Ho inserito le previsioni, che dovrebbero farci riflettere anche sui sondaggi che vengono presentati oggi, per dire, bersanianamente, che la mucca in corridoio non l’aveva vista nessuno, a cominciare da Bersani: né l’exploit del Movimento Cinquestelle, né tanto meno la rimonta del centrodestra grazie allo sforzo personale di Berlusconi in campagna elettorale. L’alleanza neo-frontista, che poteva essere definita di centrosinistra solo immaginando che l’elettorato moderato si riconoscesse tutto in Tabacci, fu punita molto severamente dagli elettori, che in pari tempo non diedero fiducia né al tentativo centrista di Mario Monti, né tanto meno al velleitario raggruppamento di Rivoluzione Civile.

La nostra performance elettorale fu talmente scarsa che mancò poco le urne non premiassero un centrodestra letteralmente a pezzi. Il fatto che alle Europee di un anno e mezzo dopo il Pd prendesse da solo un milione e duecentomila voti in più dell’intera coalizione dice da solo quanto forte fosse la critica alla proposta politica del 2013. Siamo sicuri che riproporla sia una buona idea? È cambiato qualitativamente o programmaticamente qualcosa, che ci faccia ritenere che il remake farà più incassi dell’originale? O non siamo in un caso di perseverare diabolicum?

Questo prescindendo laicamente dalla pretesa un po’ urtante di pronunciare sentenze saccenti sui risultati elettorali del Pd dal basso delle proprie performance, o dalla intesa cordiale che taluni immaginano con i Cinque Stelle (ricevendone risposte –ahimé- sprezzanti e meritate).

Penso che noi democratici, noi riformatori, noi europeisti, dovremo essere pronti a sacrifici pesanti, pur di non consegnare il Paese ad un destino di sventure. E come ci dicevano i nostri genitori, chi è più adulto ha maggiori responsabilità di chi è più piccolo. Si vedrà se un rancore inconsulto altrui sarà più forte o meno della nostra pazienza e del nostro rifiuto dell’autolesionismo.

Tuttavia, nel frattempo, ricordiamoci di ricordare, per dirla con Henry Miller.