4 marzo 2017

Con Matteo Renzi, al Congresso e alle elezioni.

Appunti

Anche questa volta io starò con Matteo Renzi. Al congresso e alle elezioni intendo lavorare e dare il mio contributo perché Renzi torni alla guida del Partito democratico e del Paese.

Preliminarmente lo farò per una banale, eppure fondamentale, ragione di metodo. Starò con Matteo perché sotto la sua guida nel nostro Paese è accaduta una cosa a suo modo rivoluzionaria: la politica ha smesso di essere un esercizio inconcludente, un cavallo posizionato permanentemente e inesorabilmente in mezzo al guado, e si è resa conto della necessità di dare alla fine delle risposte. Risposte con le quali è ugualmente legittimo essere d’accordo o in disaccordo, ma la cui evidenza non può che essere presente a qualsiasi osservatore che abbia un minimo di buona fede. 

Per molti si tratta probabilmente del peggiore difetto di Renzi, ed è per me invece la prima ragione per sostenerlo: con lui alla guida ogni processo decisionale si è concluso – sembra ovvio, ma purtroppo non lo è – con una decisione. Nel partito e in Parlamento si è parlato, si è discusso, si è dibattuto, e alla fine non si è mai finiti nella palude ma si è sempre portato a casa un risultato. Un risultato da lodare o da criticare a seconda delle opinioni, ma la politica si è data finalmente un minimo di “accountability”: una lista di cose su cui farsi giudicare, come accade nei paesi normali. Lista di cose che saranno auspicabilmente l’oggetto della campagna elettorale – sempre che i giornali non vogliano farci parlare di Consip fino alle elezioni, così come abbiamo parlato solo di Tempa Rossa per tutto il tempo della campagna elettorale che ci ha condotti fino al referendum delle trivelle. Poi basta, Tempa Rossa è sparita dai giornali.

Ma vediamole nel merito, queste cose fatte. Sono una quantità industriale, e vanno dagli 80 euro che da ormai da tre anni vanno in busta paga ogni mese a tantissimi nostri concittadini alla legge sul cinema, dalla legge sugli ecoreati a quella sul caporalato, da quella sull’autismo al “dopo di noi”, dai record delle esportazioni e dell’avanzo della bilancia commerciale al ritorno del segno + accanto al nostro prodotto interno lordo, dalla riduzione della disoccupazione (assoluta e giovanile) all’aumento dei mutui ipotecari erogati, dalle unioni civili alla risoluzione della controversia davanti alla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo sul sovraffollamento delle carceri, dal divorzio breve alla legge sullo spreco alimentare, dal codice degli appalti all’autoriciclaggio, dalla resurrezione di un Expo che tutti davano per morto al ritorno degli investimenti stranieri nel nostro Paese. E potrei continuare a lungo. 

Ci aggiungo anche la riforma costituzionale e la legge elettorale che, nonostante la bocciatura politica per la prima e le osservazioni della Consulta sulla seconda, si sono finalmente portate – dopo decenni di impegni mancati – fino in fondo all’iter parlamentare. Non le considero fallimenti: se il nostro ordinamento prevede un sistema di controlli popolari o giurisdizionali sul l’operato del legislatore è perché siamo una democrazia. Si tratta di strumenti di controllo ordinari, non di giudizi divini. Così come un giudice la cui sentenza viene riformata in appello non è certo uno sconfitto, così non lo è un un governo che fa il mestiere di far approvare leggi dal parlamento, anche se queste vengono poi riformate dalla Corte Costituzionale o respinte in un referendum. Molto peggio sarebbe stato non farle, come è successo finora.

Il racconto di un governo che le ha sbagliate tutte è dunque semplicemente e oggettivamente falso. Da un anno mi occupo di commercio internazionale e di attrazione investimenti, e in questi 12 mesi ho fatto 24 viaggi all’estero; martedì partirò per il venticinquesimo, che mi porterà in Oman, Singapore e Australia assieme alle nostre imprese. Dappertutto, a ogni latitudine, ho rilevato un rispetto, nuovo ed enorme, per il nostro Paese e per il nostro governo. La ragione è semplice: l’Italia è sempre stata considerata un paese importante e solido economicamente, ma con una zavorra: la sua instabilità cronica dal punto istituzionale e politico. 

Negli anni di Renzi abbiamo dato l’idea a tutti che l’Italia fosse invece finalmente diventata una normale media potenza occidentale, simile ai nostri principali concorrenti sui mercati internazionali: con un governo stabile e delle politiche prevedibili (“predictable”) sul medio periodo. Quello che è necessario per interloquire tanto con gli investitori che con le controparti governative dei paesi esteri. Poco prima del referendum ho incontrato molti importanti investitori istituzionali: prima in ambasciata a Londra e poi in una serie di incontri tra Abu Dhabi e Dubai, meta di un secondo viaggio immediatamente successivo. In quelle sessioni in cui abbiamo cercato di “vendere” il Paese come un luogo su cui investire, tutta l’attenzione dei nostri interlocutori è stata rivolta non ai nostri parametri economici – come ci si sarebbe potuti aspettare – ma al cosiddetto “rischio Paese”, cioè agli elementi di instabilità politica che sono per l’Italia, agli occhi degli osservatori, come una maledizione di cui non riusciamo a liberarci. 

Oggi l’Italia, tra le elezioni che sono in ogni caso imminenti e lo spettro del populismo che minaccia anche noi, l’Italia ha perso agli occhi degli osservatori esterni quella reputazione di laboratorio politico innovativo che aveva con Renzi ed è tornata nel ruolo del Belpaese irrisolto, quello dei 64 governi in 70 anni. Pur sempre un’economia solida per risparmio privato, per la capacità di produrre e di esportare, ma con una situazione politica che non rassicura né chi deve puntare sul nostro Paese né chi cerca in noi un partner politico affidabile con una linea stabile e una prospettiva politica di medio-lungo periodo. 

L’Italia ha perso un’occasione d’oro per provare finalmente ad avere governi stabili e un sistema istituzionale funzionante, e quindi ad avere la possibilità di vedere programmi di governo compiutamente realizzati e l’effetto positivo di politiche che richiedono necessariamente anni prima di dare i propri frutti. 

Se l’occasione è persa, questo non significa però che si debba permettere che il populismo prenda il sopravvento, né nella sua versione interna al partito (durante il congresso) né in quella esterna (alle successive elezioni politiche). Né, devo dire, mi sembra il caso di lasciare la guida del PD a una linea politica che pare a me personalmente meno convincente e – ciò che conta molto di più delle mie personali opinioni – oggettivamente meno in grado di coagulare consenso e farsi maggioranza nel Paese come quella rappresentata da Andrea Orlando. 

Agli inizi di aprile dell’anno scorso ero a Boston con Renzi per firmare un importante accordo con IBM, con il quale la multinazionale americana si è impegnata a stabilire in Italia il primo centro europeo di Watson Health per un investimento complessivo di 150 milioni di dollari. Un investimento che tutte le altre filiali europee di IBM avevano provato a portare a casa nei loro paesi e che invece finirà a Milano, a Human Technopole. “We chose Italy because you, just like us, are in the business of creating the future”. Quella frase di Ginni Rometty, la CEO di IBM, ha riassunto per me meglio di ogni altra le buone ragioni del governo Renzi: occuparsi di creare il futuro. 

Mi sono spesso chiesto perché il nostro lavoro abbia avuto all’estero una reputazione infinitamente migliore che in Italia. La vittoria del sì al referendum fuori dai confini nazionali non mi ha stupito affatto, girando per il mondo abbiamo sempre trovato il medesimo riscontro. La colpa è sicuramente nostra: siamo stati forse impolitici, troppo netti, non abbastanza attenti forse a non inimicarci contemporaneamente tutti coloro che dalle riforme avevano qualcosa, grande o piccolissima, da perdere. Ma per tutti gli errori che possiamo aver compiuto, con Matteo Renzi l’Italia ha avuto una leadership e, come si vedeva chiaramente da Boston (e non solo), finalmente un’idea di futuro. 

Se anche questa volta sarò dunque con Matteo non sarà solo per amicizia o perché sono uno di quelli “della prima ora”. Sarà semplicemente e fondamentalmente perché voglio che il mio Paese continui a guardare in alto, e non indietro.