13 febbraio 2017

Qualcuno ha detto “scissione”?

Appunti, Attualità, Partito Democratico, Politica italiana

Oggi Roberto Speranza, a un certo punto del suo intervento in Direzione Nazionale, ha detto: “Sento parlare di scissione”, causando un’involontaria ma generale ilarità. Non so se sia stato un lapsus o se davvero – come poi ha precisato – volesse riferirsi alla pretesa separazione tra il PD e il suo teorico corpo elettorale (che se c’è stata, risale almeno all’età di Berlusconi: giovani e operai, per esempio, non votano da queste parti da tempo).

A me, oggi come mai, è sembrato che la scissione davvero ci sia stata invece in senso tecnico. Meglio: che non sia stata annunciata, ma che di fatto un pezzo del partito pensi (e forse abbia anche privatamente comunicato) che la condizione per restare nel PD sia la rimozione di Renzi dalla segreteria. Insomma che ci sia una specie di messaggio che dice: se volete salvare l’unità del partito, bisogna trovare un segretario diverso che garantisca tutti.

Del resto, quando si dice “Se ce ne andiamo sarà colpa di Renzi” si intende dire in fondo che Renzi è divisivo e che con il suo stesso essere o agire produce in chi gli si oppone una sorta di espulsione indotta. Peccato che così si cada in quel famoso paradosso, a dire il vero non molto carino, per cui la colpa non è di chi agisce un comportamento ma di chi lo subisce: “non sono io che sono razzista, sei tu che sei negro” oppure “io non ti avrei violentata se la tua minigonna non mi avesse provocato”.

Dunque, mi spiace dire che fare un congresso sperando che il risultato finale sia poi rispettato è secondo me soltanto una pia illusione, perché l’unico risultato che a mia opinione si intende rispettare è un cambio di segretario. E oltre alle parole di Michele Emiliano – che di tutti i candidati è quello più ruspante e meno capace di celare le motivazioni (telefoniche) tutte personali e dallo spessore politico assolutamente evanescente – sarebbe bastato ascoltare l’assurdo della mozione presentata dalla minoranza per capirlo: un percorso congressuale da far partire oggi per arrivare alla nomina del nuovo segretario in novembre. Nove mesi di discussioni: più che un’assise congressuale, una gravidanza. Destinata senza dubbio a logorare il partito e il suo segretario.

La tenzone vedrà dunque da un lato Renzi che sarà alla ricerca di un metodo democratico per governare il partito in modo da godere di una stabilità sufficiente a svolgere un programma, facendo leva sul fatto che a oggi la sua candidatura è più forte anche della somma di tutti i suoi concorrenti. Dall’altro ci sarà la minoranza che, per il momento priva di un leader e di un programma comune che non sia disarcionare il segretario, proverà a impedirlo con ogni mezzo. Compresa naturalmente la sottrazione di pezzi dell’attuale maggioranza con la giustificazione morale della forza maggiore e del supremo interesse della salvaguardia dell’unità del partito.

La cosa che mi dispiace è che tutto questo avverrà mentre abbiamo da affrontare pericoli come questa forma di fascismo 4.0 che è il populismo che si è dimostrato già vincente in numerose e vistose competizioni elettorali. Davanti a quest’onda una sinistra seria si stringerebbe intorno ai propri valori fondanti, quelli che tutti condividiamo (qualcuno, non ricordo se Martina o Orlando, ha fatto notare che sullo ius soli tutti i candidati segretario sono d’accordo), e invece questa voglia di menare le mani, e magari dividersi, oggettivamente (e malauguratamente) fa solo il gioco di Grillo e del M5S.