3 Gennaio 2015

Lost in translation 6

Appunti, Viaggi

Quando si viaggia in gruppo, dopo un po’ partono i tormentoni, le cose che si dicono in continuazione. Noi, in questo viaggio in Giappone, di tormentoni ne abbiamo avuti tre.

“PDA”
La preziosa copia di Time Out edizione di Tokyo, di cui parlavo anche ieri (Lost in translation 5) e per la quale devo ringraziare un amico di vecchissima data (grazie Claudio, è proprio vero che gli amici veri sanno sempre come far sentire in qualche modo la propria presenza) ha un interessantissimo articolo sulle difficoltà dei giapponesi di mostrare il proprio affetto in pubblico, in inglese “Public Displays of Affection” – dato che gli anglofoni hanno una sigla per tutto: PDA. Così, per tutto il viaggio, consapevoli del pubblico scandalo creato da noi baciosi occidentali, ogniqualvolta ci siamo incontrati, lasciati, salutati, o semplicemente scambiati un piccolo segno di affetto, è scattata l’esclamazione: “Pee-dee-eiiii!!!”. Credo ci accompagnerà anche in futuro.

“The process”
Come ho scritto più volte, in Giappone tutto funziona perché semplicemente ci si attiene alle regole. È come in cucina: se segui pedissequamente le istruzioni, ma proprio pedissequamente senza sgarrare di un passo, è sicuro che anche il più rischioso dei soufflé riuscirà bello dorato e gonfio come si deve. Spegnete il campanello d’allarme che suona in voi e non tentate di smentirmi raccontandomi ora di tutte le volte che, nonostante la precisione, il soufflé vi si è inesorabilmente smontato come la torcida brasiliana l’anno scorso ai campionati del mondo. Il fatto è che noi siamo italiani, e anche senza accorgercene è il nostro DNA che autonomamente cerca la creazione, la novità, l’invenzione. Il libro di cucina noi lo seguiamo per un po’, poi, anche senza volerlo almeno un pochino procediamo per istinto. Il giapponese, invece no. Il giapponese segue “the process”. Se il libro di cucina alla fine non dice: “ora mangia”, lui il soufflé tirato fuori dal forno superbamente montato e dorato, lo lascia lì. “The process” si vede dappertutto, da queste parti. Lo riconosci sapiente regista del successo di un’intera nazione (nostra esclamazione ogni volta che lo abbiamo riconosciuto: “The process!”). E quando i giapponesi vanno in crisi con “the process” – come è successo nel nostro hotel alla vigilia di capodanno: praticamente non funzionava quasi nulla – invece di arrabbiarti, li trovi pure umani, e quindi più simpatici.

“The Romans”
C’è un detto britannico per cui “When in Rome, do what the Romans do”, che sarebbe a dire: fuori da casa comportati come fanno i locali, e non sbaglierai. Quando si è molto lontani e a contatto con una cultura così lontana, come è capitato adesso a noi, l’idea di dover adeguarci, e di fare dunque come i “Romans” – a parte il capogiro dovuto al fatto che in questo caso i romani sono quelli di Tokyo e non io che a Roma ci abito per davvero – ci si è parata davanti spesso. Tipo quando abbiamo dovuto mangiare “Sea cucumber ovaries” (ovaie di cetriolo di mare) o “Monkfish liver” (fegato di coda di rospo). In questi casi guardi il piatto, esclami “do what the Romans do!” e butti giù per l’esofago. P.S. ho scoperto peraltro che questo è un bel test di coppia: se si è capaci entrambi di mangiare le gonadi del cetriolo di mare senza grandi contraccolpi ci si trova davanti a una prova incontrovertibile che si è stati fatti l’uno per l’altro.