27 settembre 2009

Appunti congressuali

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La mozione Marino sta facendo molto bene, e anche se non dico nulla per scaramanzia, mi pare che sia chiarissimo che non si tratta solo di una battaglia di pura testimonianza. Ci sono grandi risultati in tutto il nord (primi, per esempio, nel simbolicamente importantissimo Circolo “Aldo Aniasi” nel pieno centro di Milano), all’estero (40 voti su 52 votanti a Parigi: magari in fuga, ma pur sempre cervelli) e in moltissimi posti del Centro Italia, Roma e Toscana incluse. In molti circoli siamo la seconda mozione e spessissimo superiamo il venti per cento dei consensi. Dove va molto meno bene è nelle regioni del Mezzogiorno dove, addolora dirlo, il dibattito dentro il partito è asfittico come lo è fuori: in un articolo che ho scritto per L’Unità qualche giorno fa ricordavo i 305 voti per una stessa mozione su 312 votanti a Torremaggiore, in provincia di Foggia, e non è un caso isolato. Per convincere il Sud che votare PD è la scelta giusta per sconfiggere la cultura mafiosa la prima cosa da fare sarebbe dimostrare di avere in casa nostra quella libertà di dissentire che manca nei paesi e nelle città. Se potessi dire quali sono le due parole che dovremmo adottare per tornare a governare (non ho detto vincere le elezioni: ho detto governare) questo Paese direi discontinuità e credibilità. Dobbiamo rappresentare un momento di vero e radicale cambiamento rispetto al modello berlusconiano che ha dominato l’Italia degli ultimi 15 anni e avere la capacità di proporlo credibilmente al Paese: è l’unico modo, peraltro, per portare al PD voti anche da chi oggi vota Di Pietro, UDC, sinistra radicale o vota controvoglia PDL o ha smesso di andare a votare. Diciamoci la verità, per quante buone cose il centrosinistra abbia fatto (o provato a fare) in Italia, oggi la maggioranza degli elettori assicura un solido consenso a Berlusconi: abbiamo perso anche in roccaforti come Prato e Sassuolo e le regionali venture ci guardano già con una faccia accigliata. Per quale ragione gli italiani dovrebbero tornare a dare mandato ad un gruppo dirigente – equamente posizionato tra le mozioni Bersani e Franceschini – a cui hanno dato, invano, già due occasioni? Al di là dei due candidati, cosa dovrebbe ispirare gli italiani a riconsegnare il proprio paese per la terza volta a quelli che c’erano già nel 1996: a Livia Turco, Rosy Bindi, Piero Fassino, Enrico Letta o a Francesco Rutelli? Due battute nei congressi di questi giorni qui a Milano mi hanno fatto riflettere a lungo. Ieri al Circolo di Via Torricelli a Milano qualcuno diceva che chi vota per Marino lo fa perché ha l’urgenza della politica: i giovani, in particolare, quelli che hanno bisogno di vedere subito avvenire un cambiamento perché stanno costruendo ora la propria vita e sanno che né nell’Italia di Berlusconi, né in quella di Bersani o in quella di Franceschini, troveranno le opportunità e la possibilità di investire su se stessi e sul proprio futuro. Stamattina, invece, al Circolo di Porta Genova, un sostenitore di Bersani ha detto che se dopo George W. Bush ci fosse stata una nuova candidatura di Bill Clinton forse gli americani avrebbero nuovamente votato per lui. “E si sarebbero persi Obama”, ho pensato tra me e me: matura è una democrazia che si dota di un meccanismo per evitare che il Paese faccia il passo del gambero pensando di andare incontro a un passato radioso.

Una replica a “Appunti congressuali”

  1. Davide ha detto:

    Ciao Ivan, ti mando i risultati finali del Pio La Torre

    87 votanti su 118, di cui una scheda bianca.

    Marino 40 (46,5%), Bersani 27 (31,4), Franceschini 19 (22,1%)

    Angiolini 34 (39,6%), Fiano 27 (31,4%), Martina 25 (29%)