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30 maggio 2007Potrebbe essere la mia percezione distorta dalle migliaia di chilometri che mi separano dalla madrepatria, o magari soltanto la stanchezza o forse che Federico parte domani per un mese, chissà. Il fatto è che la situazione mi pare molto più preoccupante di quanto non fosse una settimana fa. Provo ad andare con ordine, evento per evento, lungo una settimana che mi è sembrata molto complicata.
23 maggio. Viene nominato il Comitato 14 ottobre. Nasce il PD, per davvero. E nasce un coso. Dovevano essere 30 ma non si è stati capaci di mettersi d’accordo sulla spartizione. Vengono fuori 45 nomi senza un’idea di futuro. Facce note (tante) e meno note (poche), ma senza uno slancio, senza un’idea, una scintilla, nemmeno un sentore di futuro. Il PD nasce già vecchio e ipertrofico, rigorosamente lottizzato come nella peggiore tradizione della peggiore politica italiana. Nessuno dei 45 ha meno di 40 anni, quelli con meno di 50 anni si contano sulle dita di una mano. Anche Giovanna Melandri resta fuori. Si capisce: è il ministro dei giovani e di giovani manco l’odore, mi raccomando.
25 maggio. Luca Sofri mi include nella lista delle persone che vorrebbe vedere aggiunte al Comintern (come lo chiama lui). Guardo la lista, la guardo come fossi un elicottero, non un entomologo, la guardo tutta insieme, e penso chiaro e forte che se quei 15 nomi fossero stati tutti insieme nel Comitato al posto di 15 scelti a caso tra i soliti noti, le cose avrebbero preso una piega completamente diversa. Diversa e migliore.
26 maggio. Chiaramente non la pensano tutti come me. Giro per la rete e quello che leggo è tutto un vomitare crasso di improperi e tutto un maniacale elencare di sottilissimi distinguo. E Diaco non va, e Cuperlo non va, e la Santi chi è. E porca paletta trovare uno di questi ameni costruttori di futuro che faccia un nome in alternativa, chessò io Diaco no ma Pinco Pallo sì, figurarsi trovarne uno solo che dica sapete che c’è, me la prendo io la responsabilità. No. Solo una serie di raffiche di mitra, un andò cojo cojo generalizzato, un qualunquistico sputare per aria. Penso che se fossi D’Alema o Rutelli mi fregherei le mani davanti allo spettacolo di questi quattro straccioni che litigano e penserei che i miei 45 loro sì che sanno quello che fanno, vanno benissimo e restano esattamente come stanno.
27 maggio. Infatti i 45 restano esattamente come stanno. Si sente solo la voce di Parisi che pensa di andarsene, ma come gli altri 44 (quelli della mia generazione non possono non pensare ai gatti nella cantina del palazzone, ma al Comintern non si ricordano dello Zecchino d’Oro: all’epoca erano tutti abbondantemente già all’università) resta esattamente dove sta. Mentre in Italia il mio partito discute di poltrone, Marco Cappato (RnP) e Vladimir Luxuria (PRC) vengono da queste parti a farsi arrestare e riempire di uova e cazzotti.
28 maggio. Gli elettori di centrosinistra, guarda un po’, sono rimasti a casa.
29 maggio. Vanity Fair mi chiede di intervistare uno dei 45. A Ballarò considerano di invitare in studio uno (anzi, una) della lista Sofri. E’ solo un momento: la sera in studio ci sarà invece “un giovane” della Margherita. Immagino i commentatori della rete siano molto più tranquilli ora che sanno che in televisione ci va chi decide Rutelli e non chi propone (Iddio ce ne guardi!) Sofri. Complimenti vivissimi.
30 maggio. La mia intervista per Vanity Fair non si fa. L’illustre personaggio ha declinato. Troppo impegnato con i lavori del Comintern, immagino.
I commenti a "Una settimana"
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” L’unica condizione per scrivere un articolo per quanto mi riguarda è che un editore te lo commissioni. Punto.”
Se un editore commisiona una vaccata da pundit (“propaganda”, diciamo), un qualunque propagandista può mettere insieme fonti non verificate e vomitare idiozie diffamatorie. Non a caso il punditismo all’americana ruota oramai intorno a persone che invocano costantemente la libertà di diffamare, offendere, distorcere i fatti (O’Reilly, Coulter, Limbaugh, etc etc etc). Se milioni di dittoheads (pappagalli) comprano tali articoli perché vogliono leggere tali propangande, allora un giornale che dice stronzate va a gonfie vele (cazzo! Ma vende tantissimo! Allora hanno ragione! etc.). Che so, un qualunque magazine della destra americana (no, non ho i numeri delle loro vendite). Insomma, facciamo un bel sistema post-moderno in cui tutto è soggettivo, possibilmente chi urla di più ha la soggettività vincente. E, per sentirci bene, diciamo che è differente dalla merda precedente.
Ma è assolutamente indispensabile vedere le cose in bianco e nero? Per carità, non pretendo una risposta. Vedo però che Ivan come altri che si vorrebbero proporre come alternativa alla gerontocrazia non hanno nulla di alternativo in quanto a metodo. Continuo a pensare che, a prescindere dalla Destra e dalla Sinistra, in Italia si abbia bisogno di standard limpidi e possibilmente alti. Così, a prescindere dal ruolo che una persona copre, si può esser ragionevolmente certi che quella persona sappia cosa stia facendo e rispetti le regole.
Magari partendo dall’educazione: così se uno si laurea, siamo sicuri che sa quello che ha studiato e lo sa sfruttare. E quindi, quando assumiamo un laureato per fare e.g. un’intervista, sappiamo che ha probabilità molto più alte di un ingegnere nucleare di fare un’intervista pertinente (per esempio sa come raccogliere dati su chi intervista e quali domande fare dato il giornale commissionante, etc.). Così si ha un minimo di razionalità ed uno, se vuole fare il giornalista, magari studia giornalismo e può dire “cazzo, se sarò il migliore nei miei studio potrò avere un buon futuro da giornalista”.
Niente di personale per nessuno, ma mi sembra che, in ambiente Italico, esista un solo modo di parlare: o con me o contro di me. Mi dispiace ma da quello che leggo, Ivan, ragioni in questa maniera al pari di troppi altri. Poi, vabbe’, vedo che chiunque abbia un momento di fama, in Italia, diventi Montezuma al quadrato.
Dovrei prendere la cittadinanza australiana, probabilmente.
Fran
E’ veramente impressionante notare quanto gli italiani abbiano una paura – terrore, direi – di qualsiasi cosa possa assomigliare, vagamente, lontanamente, alla concorrenza e al libero mercato. E, nel contempo, quanto tentino di farsi forti – di darsi forza e, persino, competenze – con titoli, titoletti, cartestracce, pergamene, papiri e tutto quanto, promanando da un’autorità, l’ipse dixit, possa certificare – ma “certi”-ficare che? – le loro capacità. Se ne leggono di tutti i colori e ce n’è per tutti i gusti. Peccato, però, che chi sta dentro la scuola sappia bene quanta ignoranza le aule quotidianamente producano, e chi sta all’Università ben conosca qual’è il valore – reale, da utilizzare e spendere sul mercato del lavoro – della maggior parte dei titoli accademici. Sulla ricerca scientifica stendiamo un pietoso velo, vero? Della consistenza degli esami di stato ancora non avevo trovato accaniti sostenitori e veramente stento a credere che Gastaldi sia uno di quelli. Comincio allora a pensare che il problema – il vero problema – di questo paese, sia di natura strettamente psicologica: infantilismo congenito. Non genetico, proprio congenito. Un po’ come il peccato originale, insomma. La necessità di un’autorità superiore – anzi: Autorità – che tutto sa e che tutto dispone, che “certi”-fica – perdonate, l’etimologia fa brutti scherzi a volte – in base a non si sa bene quali parametri, un’oggettiva (?) idoneità. Perchè, diciamola tutta, una Verità – insieme ad una Via e ad una Luce – esiste, esistono eccome. Mica che ognuno può essere libero di decidere chi, come e quando va bene per un certo lavoro o per una certa professione a prescindere dalla sua formazione. Ma che, scherziamo? E cosa è tutta questa libertà? Ordini, disciplina e ginnastica, marsch!
a raga’, chiudiamola qui questa storia degli ordini. La discussione iniziata da Ivan e Sciltian -completamente OT all’argomento del post- mi pare vada avanti da troppo senza produrre risultati apprezzabili. Attendiamo un eventuale futuro post di Ivan a riguardo.
Sottoscrivo in pieno il commento di Fabio.
Avendo in casa ben tre studenti universitari, ed avendo pertanto un’idea abbastanza precisa di cosa sia realmente – nella media – l’università in Italia (ma nel modo è davvero così diversa o sono solo più bravi a spendersi e un po’ meno autolesionisti di noi?), provo un senso di tristezza quando vedo qualcuno che ancora pensa che una laurea o un esame di stato (anche senza trucchi) siano in grado di mettere il “bollino blu” meritocratico ad una persona.
Quanti laureati che sono dei perfetti iincapaci e quante persone con livelli di istruzione inferiore che sono dei genietti nel loro campo conosce ognuno di noi? Probabilmente abbastanza per poter dire che purtroppo (o per fortuna) la questione è parecchio più complessa e il metro di giudizio migliore, alla fine, credo resti davvero il mercato, pur con tutti i difetti che questo comporta.
Mah, che la discussione sia all’empasse lo dite voi.
A me il ragionamento ultimo di Filippo ha convinto pienamente. Quando si discute tra persone che si rispettano, si deve essere pronti ad accettare la validità delle opinioni e dei ragionamenti altrui. Quelli di Filippo a me hanno convinto.
complimenti Mario. Avendo in casa ben tre studenti universitari, ed avendo pertanto un’idea abbastanza precisa di cosa sia realmente – nella media – l’università in Italia. Una frase formidabile.
Immagino che la prossima volta che andrai dal medico, se magari hai in casa tre malati, ti sentirai autorizzato ad autoeleggerti esperto di medicina, con tanto di analisi della situazione e consigli al medico stesso.
Rispondo in due parole alla tua domanda: ma nel mondo (l’universita’) è davvero così diversa o sono solo più bravi a spendersi e un po’ meno autolesionisti di noi? Semplicemente nel mondo l’universita’ ha un contatto serio col mondo del lavoro. Contatto che fornisce occasioni ma che chiede serieta’. L’industria richiede forza lavoro qualificata, l’universita’ la fornisce. Lo studente studia, paga la retta all’universita’ (che e’ contenta), si laurea e trova lavoro qualificato nell’industria (che e’ contenta) e ha un lavoro qualificato (ed e’ contento lui). Una filiera semplice, ma che richiede ad ognuno di prendersi le proprie responsabilita’. Se lo studente non studia non si laurea (non e’ cosi’ in Italia), se l’universita’ non fornisce forza lavoro di qualita’ l’industria non attinge al suo bacino-laureati (e l’universita’ si fa un cattivo nome, gli studenti si ritirano e l’universita’ chiude. Non e’ cosi’ in Italia), se l’industria non assume laureati di qualita’, fallisce data la concorrenza sul libero mercato (e gli studenti non vanno piu’ a scuola con conseguente danno per l’economia globale. Non e’ cosi’ in Italia).
Caro Mario,
Proviamo ad argomentare insieme, a meno che tu non mi voglia a tutti i costi bollare come il “Nemico”.
Premessa: non vivo in Italia da 4 anni e da 4 faccio ricerca altrove (prima in Europa, adesso in Australia, che è poi un pezzo di Inghilterra).
“(ma nel modo è davvero così diversa o sono solo più bravi a spendersi e un po’ meno autolesionisti di noi?)”
è davvero diversa., in alcune parti del mondo. Ed i pezzi di carta, in tali casi, tendono ad esprimere le competenze di una persona. Per chi invece vuole non dover mostrare nulla (comporterebbe studio, lavoro, etc.) basta “Il libero mercato”, dove, appunto, un Limbaugh qualunque può vendere parecchio inventandosi i fatti. Per carità, non vorrei che i fatti dovessero contrastare con le opinioni di alcuni, sarebbe anti-democratico, suppongo? La compagna Ann Coulter sicuramente approva.
Ma sempre a proposito di libero mercato, nei paesi Anglosassoni le docenze sono a contratto, con valutazione di titoli (esatto, i pezzi di carta) e pubblicazioni . Una pubblicazione su una rivista “peer-based” non è un articolo di cronaca su di un giornale Italiano, alcuni ci vincono i Nobel per la medicina ad esempio. OT per OT, in determinati paesi si è ossessionati dai titoli perché corrispondono a precisi compiti svolti. Ad esempio, bisogna pubblicare almeno una volta all’anno durante la scuola di dottorato, pena l’espulsione. Un pinco pallino qualunque può fare domanda per una qualunque posizione, ma dubito che se non sa di cosa parla verrà scartato “perché la lobby dei baroni vuole il pezzo di carta”.
Di nuovo: titoli e qualifiche valgono quando conseguiti in un ambiente specifico dove si apprende come svolgere un certo compito, che non è l’università Italiana. Magari ci sarà pure più di una verita ( T={0,1,*}, e sono gia’ tre!), dopodiché usare criteri non perfetti ma più o meno validi per giudicare se uno un mestiere lo sa fare o meno, non guasta. Mi viene voglia di dire che voler tirare fango sui pezzi di carta è un tipico vizio italico di chi non vuole sforzarsi ad istruirsi e la vuole sapere lunga senza informarsi (sui fatti, poi? Giammai!). Avendo una laurea Italiana ed un M.Phil. Olandese, sono d’accordo sul pezzo di carta Italico, non ci sprecherei neanche il fango.
Ed in altri paesi, il “genietto” di un settore, se deve ricoprire un incarico previo titolo, spesso può riscattarlo in varie maniere (magari su richiesta dei datori di lavoro, che glielo pagano…). Ad esempio, per “manifeste competenze sul campo”. Il laureato incompente o non sussiste (ti segano prima) oppure viene disintegrato alle valutazioni per un determinato ruolo. Di nuovo: in Italia la laurea (ed il master? ed il Ph.D.?) può essere “pezzo di carta”, ma l’Italia non è il mondo intero (di Montezuma…). Mi pare che gli ordini esistano solo in Italia, e credo che ci sia un parallelo fra la scarsezza della preparazione e l’esistenza degli ordini. Se uno ha un pezzo di carta straccia in mano, meglio fare una corporazione degli incompetenti per ottenere un posto fisso comunque, no?
Poi, chiaramente, se uno proprio non riesce a tirar giù l’idea di criteri di valutazione ufficiali, trasparenti, chiari (che corrispondano al rilascio di un titolo e non ad un sistema di corporazioni etc etc), può sempre invocare la possibilità di molteplici interpretazioni. Una di queste è che un certo presidente dell’istituto di astrofisica è un genio. Certo, non la mia. Poi, giusto per fare un parallelo, un motto di certi figuri che comunicano e liberano, è “Non esistono fatti, solo interpretazioni”. Figurarsi, staranno in quota PD ormai.
Rimango dell’opinione che studiare fa bene e giova alla preparazione di un individuo. Senza studio, difficilmente ci saranno competenze e la capacità di svolgere un lavoro. Mi domando se si possa nascere con una sorta di talento innato per le interviste, o la capacità di dimostrare teoremi sui numeri primi, etc. che permetta, senza aprire libro, di avere massima padronanza di tale settore senza lo sforzo dell’istruzione. Che io sappia, non esistono pubblicazioni al riguardo. Magari si può chiedere alle masse cosa ne pensano, e magari si può chiedere loro a chi dare la prossima medaglia Fields. Sarebbe molto democratico, suppongo.
Trovo immensamente ironico che Ivan abbia una sezione “cervelli in fuga”, ad ogni caso. Forse dovrebbe ribattezzarla “Gente con in pezzi di carta che se la tira ed in fuga”.
Fran
Oh, finalmente qualcuno (Fran) che cita Ann Coulter.
Io questa sottospecie di Brambilla (la Brambilla in confronto è molto ma molto più colta e accurata, e parlo di quella Brambilla inchiodata a Ballarò da Soru e dalle statistiche dell’Istat completamente sballate sulla Sardegna, che per buttarla in caciara si è poi messa a parlare del randagismo “tipico della Sardegna”) l’ho dovuta recensire nel mio libro su maccartismo e cinema, avendo lei trattato di maccartismo prima di me. Le stronzate che scrive la signora, completamente prive di supporti scientifici ma anche di quelli del buon senso e dell’onestà intellettuale, sono emblematiche, all’interno della nostra discussione.
La signora Coulter non sa quasi niente di storia né di giornalismo. Anzi no, se scrivo così potrebbe querelarmi, qualora sapesse leggere l’italiano. Diciamo che ha una sua visione molto personale degli eventi passati e presenti… Si è laureata in legge in una prestigiosa università americana e ha cominciato a fare politica appresso a un senatore repubblicano. Da lì è diventata un’autrice di successo di pamphlet che per brevità chiamerò “giornalistico-politici”, ma che non rispettano alcuna delle regole del giornalismo americano e mirano allo smerdamento dei politici liberal americani.
Seguendo l’ottica di Ivan, il giornalismo alla Coulter è quello giusto. Secondo me, proprio no.
hai della stoffa Fran, come agitatore ovviamente…
Filippo, non perderti il commento in cui ammetto che mi hai convinto sulla questione delle competenze versus libertà.

Sì, sono d’accordo, questa frase di Fran:
Trovo immensamente ironico che Ivan abbia una sezione “cervelli in fuga”, ad ogni caso. Forse dovrebbe ribattezzarla “Gente con in pezzi di carta che se la tira ed in fuga”.
sa tanto di touché.
Fran, avevi detto tutto bene fino in fondo, riferendoti alla gente che se la tira in fuga. Io sono uno di quelli, di sicuro non me la tiro e se avessi potuto sarei rimasto a casa mia. Come credo tutti i cervelli in fuga (o stomaci vuoti).
Ad ogni modo, sputar nel mucchio do cojo cojo, insultando a destra e a manca chi capita, non ti fa sembrare piu’ uomo come pensi. Ti fa sembrare solo un ragazzino.
Cordialmente. Filippo
Ho visto Sciltian, grazie
credo che il discorso tra te e Ivan possa essere riassunto nel classico dualismo tra liberta’ e controllo (di stampa). Ivan e’ per la prima regolata solo dal mercato (che pero’ ha anche interessi che vanno al di la’ dell’economico), mentre tu vorresti il controllo di qualita’ di tutto cio’ che viene pubblicato (che pero’ assomiglia tanto ad un organo di censura). Un accumulo di potere troppo massiccio per una o l’altra parte. Liberta’ o controllo, due facce della stessa medaglia. Credo che Ivan sottostimi pesantemente l’importanza del controllo sulla completa liberta’.
Ad ogni modo meglio fir qui questa eterna discussione. Io ho detto tutto cio’ che dovevo dire e non voglio ripetermi, in piu’ questo dovrebbe essere un blog politico e non per dar sfogo alle proprie megalomanie da ragazzetto (vedi sopra).
Mah, io non sono d’accordo sul giudizio tranchant che dai agli scritti di Fran. Però sono d’accordo sulla polemica OT di questi commenti. Il dualismo “libertà di accesso” vs “controllo della qualità della stampa” è quello che divide Ivan e me.
Io però non invoco affatto la censura. Una volta che uno è giornalista professionista e sa cosa deve fare per lavorare a regola d’arte, deve poter scrivere senza alcuna censura, meno che meno preventiva! E’ lì che se sbaglia, poi pagherà (economicamente e, in certi casi, penalmente).
capita che mi inalberi, Sciltian, quando ricevo critiche gratuite. Del resto, come ho scritto, quell’ultima frase nel commento di Fran pareva messa la’ solo per aizzar cagnara e poco aveva a che vedere con il resto del messaggio (umanisticamente valevole). Il profilo dell’agitatore.
Per il resto chiudo qui, facendoti notare che, la tua idea per cui chi scrive deve essere giornalista, e’ una velata forma di censura preventiva, effettuata sulle persone (e le idee che esse rappresentano?). E qui chiudo definitivamente.
Flippo, non mi sono “autoeletto esperto” di nulla. Ho solo preso uno spunto dalla mia esperienza personale per esprimere il concetto che lauree ed esami di stato sono solo uno dei percorsi possibili, non certamente l’unico. E che neppure questo percorso è, in sè, garanzia di riuscita, perchè spesso è la qualità umana che manca, a prescindere dai titoli. In Italia di sicuro, altrove non posso esprimermi con sicurezza ma, per quel poco che conosco, il dubbio che non sia poi così radicalmente diverso (nel mondo del lavoro e nelle professioni, più che nelle università) mi viene: da qui la ma domanda. Tutto qui.
Mi sembrano considerazioni talmente ovvie, che avrei capito di più eventuali critiche riguardo alla sostanziale banalità della mia osservazione.
Fran, certamente non sono il tipo da considerare “nemico” qualcuno che nemmeno conosco … Dalle argomentazioni che svolgi capisco che i nostri punti di vista sono molto più vicini di quanto ti possa apparire, direi quasi coincidenti (salvo la chiusura del post), soprattutto quando sottolinei con forza il valore della preparazione individuale per costruire la competenza. Il mio commento precedente leggilo più come un tentativo di far dialogare in modo più costruttivo quelli come te, che vivono all’estero, e quelli come me, che vivono in Italia.
Noi ci siamo accorti, e ci stiamo accorgendo tutti i giorni, che esiste un mondo più grande.
Ogni tanto farebbe piacere avere la sensazione che chi è fuori si accorgesse a sua volta del fatto che anche qui non c’è sempre e solo quello sfascio che vi ha portato lontano. Che esistono realtà e persone con le quali vale la pena di avere un rapporto ed un confronto. Sui fatti, è ovvio.
Almeno fino a che la ragion d’essere di questo blog è cercare di operare – insieme – perchè le cose cambino.
In Italia.